BENVENUTO CARO PUBBLICO

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Ho aperto questo blog a fine 2015, con l’intento di riversare quante più recensioni possibili ed educarmi quotidianamente allo scrivere i miei pensieri sulle visioni cinematografiche che, all’epoca, erano davvero fuori controllo, specialmente come quantità. Sono molto altalenante con la quantità dei film che vedo, a volte arrivo anche a vederne quattro al giorno, altre volte faccio pausa per settimane.

L’obiettivo di questo blog è di recensire titoli, vecchie e nuove visioni insieme, più vari approfondimenti con una media di cinque aggiornamenti settimanali, almeno.
Ne vedrete delle belle e anche, perché no, delle brutte.

Seguitemi anche su facebook per avere la vostra dose di meme (memi?!?), immagini cinematografiche che ritengo interessanti più qualche ignobile puttanata da condividere con gli amici.

Il Gerliotti

LO CHIAMEREMO ANDREA

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Lo chiameremo Andrea - Wikipedia

LO CHIAMEREMO ANDREA – 1972 – VITTORIO DE SICA

Sicuramente tra i momenti meno brillanti della carriera registica di De Sica, la cui mano si può riconoscere solo dalla bravura recitativa dei bambini, sul resto c’è davvero poco degno di nota. Storia di una coppia turbata da una moglie perennemente scontenta e infelice che pensa di risolvere tutto restando incinta; naturalmente non sarà così facile. Manfredi è in buona forma comica, donando alla prima mezz’ora un ritmo piacevole ritmo, poi purtroppo la piega surreale della trama prende il sopravvento e si perde la bussola. L’idea della gravidanza da un’idea, diventa il chiodo fisso della moglie, trasformandola in una sorta d’invasata. Il personaggio della Melato è davvero esecrabile, d’accordo che gli sceneggiatori italiani son sempre stati pessimi nello scrivere le donne ma questa è davvero insopportabile. Mi sorprende infatto che la Mariangela abbia deciso così tranquillamente d’interpretarlo, sembrerebbe un ruolo più adatto ad attrice meno dotata. Come commedia funziona discretamente, ma in generale fa rimanere alquanto perplessi. Terrificante poi la scelta di far interpretare l’intera colonna sonora a un coro di voci bianche, sembra un film uscito più che altro da metà anni 60, strettamente legato all’ossessione italiana per Carosello. Una curiosità per completisti della commedia all’italiana, già solo per riconoscere buona parte del cast dei primi due Fantozzi, evitabile per gli altri.

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THE RESURRECTED

Justin Osbourn movie posters

THE RESURRECTED – 1991 – DAN O’BANNON

L’unico altro film del compianto Dan O’Bannon, responsabile per quella deliziosa fettina di commedia zombie che è Il Ritorno dei Morti Viventi. Qui, ahimè, i suoi talenti vengono messi al servizio di un risultato meno brillante, il film d’altronde è ben più serio, forse anche troppo. La sceneggiatura è ispirata, più o meno direttamente, alla novella Charles Dexter Ward di Lovecraft e, ahimé, Resurrected soffre dei soliti problemi dei film ispirati a HP che non vogliono seguire la scia di Re-Animator e del suo seguito, uscito due anni prima. Avendo recentemente letto la storia, posso dire che la segue in maniera piuttosto fedele, eccetto l’ambientazione anni ’90 naturalmente. E, qualora non fosse chiara l’epoca, vi basterà uno sguardo al parruccone del nostro protagonista e bum, tutto sarà chiaro. La sua controparte femminile è un piacere per gli occhi, meno per la sua recitazione purtroppo. La vera star restano sempre gli effetti speciali, anche qui sempre con il loro stile “viscido”, così come in Return of The Living Dead. Abbiamo tutto il meglio che potesse offrire il comparto effetti speciali materiali con un budget decente: maschere, passo uno (o stop motion), sangue e liquami a volontà. Davvero, l’unico motivo per restare ancora attenti dopo un’ora in cui la sceneggiatura si limita solo a seguire la novella e non succede niente di eccitante. Non cambiate canale però, vi aspetta l’ultima mezz’ora nella cripta di Charles Ward quando si aprono le porte dell’inferno. Siete interessati alle creaturine malvagie di Lovecraft? Se sì, ecco il film per voi! Altrimenti, meglio stare alla larga.

6.5

L’ODORE DELLA NOTTE

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L'Odore Della Notte: Amazon.it: Mastandrea,Giallini, Mastandrea,Giallini:  Film e TV

L’ODORE DELLA NOTTE – 1998 – CLAUDIO CALIGARI

Concludo finalmente la visione dell’intera filmografia di Caligari con il suo trait d’union tra Amore Tossico e Non essere Cattivo. E ho usato trait d’union con un senso preciso: la valutazione complessiva dell’opera del regista fa evidentemente notare una progressione nello stile, ma una precisa scelta di tematiche di emarginazione. Lì dove a Ostia si cercava di tirare a campare (e a morire), qui invece si “tira a rubacchiare”. Il buon Mastandrea pre-MIBACT fa da narratore universale per l’intero film: ex poliziotto maldisposto verso l’autorità che inizia a rubare più per noia che per necessità. Finirà poi proprio alla necessità, cercando disperatamente di costruire un’esistenza normale che gli scivolerà tra le dite. Lo affiancano il sempre affidabile Marco Giallini nei panni di un playboy che va e viene dalle rapine come vuole e Bevilacqua che fa il Rozzo, personaggio oscuro e intrigante. Si intravedono pure diversi habituè del cinema romano anni novanta: la Fugardi (ex Grande Cocomero), Vannoli (idem), Alvigini, ecc. Caligari dirige con estrema economia e un occhio attento, se chiudiamo un occhio a volte sembra quasi di trovarci a bordo di una Giulietta in un poliziottesco anni settanta. In parte omaggio a quelli, in parte racconto di borgata pasoliniano, condito da un ritmo perennemente elevato, non si ferma mai fino al frettoloso finale che lascia un poco d’amaro. Nessun grande messaggio finale, solo una vita di merda.

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I LOVE YOU

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I Love You (1986 film) - Wikipedia

I LOVE YOU – 1986 – MARCO FERRERI

A quanto pare il malato rapporto sentimentale che lega un maschio a una femmina è un argomento che è sempre molto piaciuto ai registi, specialmente se tale femmina in realtà non esiste nemmeno. Qui però siamo ben distanti da Her, anzi siamo in pieni anni ottanta, con tanto d’insopportabile new wave francese e improponibili tute addosso ai protagonisti. E a tal proposito, il protagonista qui è Christopher Lambert, un beniamino del Gerliotti, uno che non manca mai di annegare con la sua espressione da scimmione inebetito ogni film in cui partecipa. Qui pure fa discretamente del suo per risultare ridicolo, ma Ferreri almeno lo limita a fare poche cose, anche se la mdp non se ne discosta un attimo. Il nostro, amato e desiderato da tutte le donne che incontra, non ricambia questo amore e pare interessato solo a sfogarsi fisicamente. Sembra un personaggio molto infantile già dai primi minuti. Il suo amore è rivolto solo verso un portachiavi che si attiva fischiando e che risponde con un elettronico “I Love you”. Purtroppo poi al nostro capiterà di non riuscire più a fischiare, così pure al suo vicino di casa, gettandolo nella disperazione senza più poter ascoltare questa dichiarazione continua. Narcisismo maschile e metafore d’impotenza abbondano, anche se l’estrema desiderabilità di Lambert è davvero l’elemento più surreale dell’intera vicenda. Ferreri mette giù delle idee interessanti che si perdono in una narrativa un po’ raffazzonata, uscendone un prodotto davvero figlio del periodo ma con risvolti ancora notevoli. Una breve scena per un giovane Jean Reno.

6.5

FEMMINA FOLLE

Leave Her to Heaven (1945) - Rotten Tomatoes

LEAVE HER TO HEAVEN – 1945 – JOHN M. STAHL

Quando un regista ha a disposizione dell’ottimo Technicolor e tra le mani un bel drammone, lo spettatore smaliziato sa già cosa lo aspetterà. E in effetti, Leave her to heaven (vogliamo parlare del bel titolo italiano?) percorre binari piuttosto familiari, pur non mancando qualche sorpresa narrativa. Giovane scrittore conosce un’attraente donna che sembra volerlo sposare a tutti i costi, si scoprirà presto come lei stia mirando a creare terra bruciata intorno al suo sposo, in maniere sempre più subdole e crudeli. Lei è la splendida Gene Tierney, poco utilizzata dalla classica Hollywood ma ideale per i panni di una che non sai mai come giudicare; lui mi entusiasma un po’ meno, Comel Wilde sembrava già ultratrentenne all’epoca. Note di merito anche per l’incantevole Jeanne Crain, nei panni dell’innocente sorella della protagonista, oltre al sempre affidabile Vincent Price. Lo svolgimento narrativo è, coerentemente con l’epoca, rigoroso e solido, a tratti quasi legnoso; non si vuole mai svelare troppo del comportamento della nostra né dipingerla come una cattiva, bensì come una persona disturbata. Colori splendidi, ottime recitazioni e, ahimé, il solito finale un po’ sbrigativo, per un drammone solido e sicuramente memorabile.

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GLI ULTIMI SARANNO GLI ULTIMI

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Gli ultimi saranno ultimi - Film (2015) - MYmovies.itGLI ULTIMI SARANNO ULTIMI – 2015 – MASSIMILIANO BRUNO

Dal regista di “quel film con Gassman” e “quell’altro film con Gassman“, una storia di cruda e triste realtà italiana: una donna incinta che perde il lavoro e fa disperati gesti per… riavere la sua vita di merda. Sì, insomma avete presente quei film americani in cui il protagonista alla fine realizza i suoi sogni perché ha puntato sempre più in alto? Ecco, il cinema italiano ti dice già da subito di lasciar perdere e, se proprio il SISTEMA ti dà la possibilità, lottare per riavere la merda di vita che avevi. Naturalmente non c’è miglior interprete per fare la mamma quarantenne disperata che Paola Cortellesi, una che più tenta di fare ruoli seri e più riesce magicamente a risultarmi insopportabile, con quella recitazione a metà tra fiction e teatro di bassa lega. Per buona parte del film dovremmo sopportare il suo monologo con sguardo in camera e trucco sciolto, palese eredità dell’origine teatrale dell’imprevedibile parabola narrativa, che, a quanto pare, non c’era altro modo di rendere filmicamente. Come anticipato, viene affiancata da Gassman che fa il solito romano perdigiorno e marpione (qual novità), l’obbligatorio personaggio di borgata capitolina (copyright Mibact) a cui bisognerebbe mettere i sottotitoli ché perfino io che son della zona ho problemi a capire cosa dica. La sceneggiatura segue binari oltremodo originali, non risparmiandosi anche il solito “argomento di moda che tra un anno sarà dimentcato da tutti”: in questo caso le antenne di Radio Maria che “inquinano” tutto il paese. Un elemento narrativo talmente importante che la seconda metà del film nemmeno sembra ricordarselo. In tutto ciò, c’è pure Fabrizio Bentivoglio nei panni di un carabiniere dal fosco passato trasferito dal nord ad Anguillara. Il suo è un personaggio che non si sa bene cosa c’entri e la cui parabola narrativa muore senza andare da nessuna parte. Non manca pure Maria di Biase, per la famosa serie “se non hanno fatto Mai Dire Gol non possiamo prenderli nel film” perché insomma, ok la Rai e la Regione Lazio ci danno i soldi ma un minimo di curriculum ci vuole, che diamine! Insomma, ci sono tutte le caratteristiche classiche del cinema italiano MPEGNATO: l’agrodolce che tanto ci pia(s)ce, la realtà che ti annulla a forza di mazzate, apprezzare orgogliosamente l’arrivare a fine mese, restare umili ma CON DIGNITAH. Non mancano poi sottili messaggi come “tuo padre sindacalista era solo un piantagrane, nella vita bisogna fare la pecora” (verbatim); tre candidature ai Nastri d’Argento ma nessun premio, peccato. Argomenti triti e ritriti nelle mani di sceneggiatori responsabili di capolavori come Maschi VS femmine e Notte prima degli Esami, un pedigree (pal) di tutto rispetto. Evitabile, mortale, inutile, ridicolo.

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ALTA INFEDELTÀ

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Alta infedeltà (1964) | FilmTV.itALTA INFEDELTÀ – 1964 – MONICELLI / PETRI / SALCE / ROSSI

Quattro episodi, anni sessanta, ottimi interpreti, grandi registi. Abbiamo detto tutto? Sostanzialmente sì, pur se stavolta c’è di mezzo anche Elio Petri che non è certo uno che avvicineremmo a cuor leggero alla commedia all’italiana. Nel primo episodio, Manfredi è indeciso se essere geloso delle avances fatte a sua moglie da un giovinotto inglese prestante, per poi scoprire che questi vorrebbe in realtà un rapporto omosessuale. Incredibilmente l’argomento viene trattato con rispetto e senza battute facili, d’altronde ci aspettiamo le divertenti reazioni di Nino in quanto etero medio italiano. E’ forse lo svolgimento più classico da commedia anni 60, la parabola dove tutto torna com’era all’inizio, pur se dall’argomento alquanto nuovo. L’episodio di Petri è, come da previsioni, quello più anomalo: un girato sontuoso per una storia che sembra più interessata alle scenografie che a far divertire lo spettatore. Dimostra pienamente la già sapiente mano del regista pur con due interpreti fuori genere come Aznavour e la Claire Bloom. Troviamo poi la Vitti che è gelosa del marito e, per sfogarsi, finisce ovviamente a letto col migliore amico di quest’ultimo: qui la sceneggiatura fa poco e niente, lasciando spazio alla grande attrice romana nei panni della casalinga isterica. Infine, Tognazzi e Blièr nell’episodio più lungo, stringono un patto per risolvere i debiti di gioco con un pagamento in natura tramite la bella moglie dell’Ugo. Chiaramente l’attore cremonese è nel suo elemento, dovendo recitare i panni di un contadino della “bassa”, ma c’è una prima parte troppo lunga che spegne un po’ le polveri comiche. In conclusione, trattasi di buon titolo della commedia episodica italiana, non tutto funziona ma il livello medio è divertente e, lì dove non si ride, troviamo comunque recitazioni o guizzi registici da ammirare.

LE FATE

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LE FATE - Film (1966)LE FATE – 1966 – LUCIANO SALCE, MARIO MONICELLI, MAURO BOLOGNINI, ANTONIO PIETRANGELI

Classico film a episodi italiano anni sessanta, con una bella galleria di attrici oltremodo belle e brave (Vitti, Cardinale) più qualche maschietto pure notevole. Il resoconto è abbastanza soddisfacente, tre episodi su quattro funzionano, l’unico moscio è quello del Bolognini che, vuoi anche per due interpreti non particolarmente esaltati dal doppiaggio come Welch e Sorel, non decolla mai e si conferma dimenticabile. La Vitti nell’iniziale è di una sensualità ingenua (ma non troppo…) davvero coinvolgente, con un Salerno in una parte decisamente inedita. Monicelli dirige l’episodio più “popolare”, con una Cardinale in forma eccellente e il sempre affidabile Moschin che fa un pediatra bolognese. E’ sicuramente l’episodio meno immediatamente prevedibile e più godibile, anche se l’ossessiva ripetizione della canzone “Maga Magò” della Titti Bianchi che strilla quasi a fare l’imitazione della Pavone è davvero eccessiva. L’episodio di Pietrangeli, posto a conclusione, ha un cast ben amalgamato con un Sordi nel suo ruolo naturale e una Capucine davvero strepitosa: elegante, fine, bellissima in ogni scena. Al netto del singolo poco riuscito, la somma dei singoli episodi fa sì che ci si diverta abbastanza. Ciò nonostante, considerando il livello di talenti coinvolti sia davanti la mdp che dietro (alla sceneggiatura troviamo nomi di assoluto rilievo), era lecito aspettarsi qualcosa di più che non una vaga rimasticazione pseudofemminista dei soliti argomenti.

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PINOCCHIO (2002)

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Pinocchio (2002 film) - WikipediaPINOCCHIO – 2002 – ROBERTO BENIGNI

Ci dev’essere qualcosa che unisce i comici toscani megalomani e la storia di Pinocchio. Forse non abbiamo mai letto bene la novella di Collodi e in realtà, invece di essere una storia sul maturare e diffidare dei cattivi consigli, è una parabola sul credersi in grado di fare tutto e invece riuscire solo nei buchi nell’acqua. Insomma, Benigni, carico del benvolere di pubblico e critica dopo l’insopportabilmente melenso La Vita è Bella, arriva a fare una versione fedele al libro di Collodi. Un budget degno di un colossal, 43 milioni di dollari, per un risultato visivo poco al di sopra di una qualsiasi fiction RAI. Davvero, non so dove siano andati quei soldi, ma non è che con due scenografie carine e con qualche costume che un film possa essere chiamato colossal. Quello però è un falso problema, il primo vero ostacolo al godimento del film è lo stesso cinquantenne Benigni. Nella tradizione dei film di Zalone, si ha gran fiducia nella sospensione dell’incredulità dello spettatore: basterà che tutti si rivolgano a Benigni chiamandolo “burattino” e il giuoco è fatto. Pur essendo difficile ignorare la notevole stempiatura e la mancanza totale di make-up o altro a instillare la convinzione che trattarsi di un burattino, ma vabbè, non vogliono insultare la nostra intelligenza di spettatore. L’interpretazione del nostro, invece, altalena tra due stati d’animo: una versione infantile dell’attention deficit disorder e insopportabili pianti di pentimento per quanto fatto. Insomma, dopo cinque minuti avrete già voglia d’infilargli un rasoio in gola. Non può esistere Benigni senza la sua gloriosa consorte, come sappiamo: la Braschi s’impegna in ben due espressioni per tutto il film, la fata turchina più apatica della storia. Il comico toscano poi, da bravo megalomane egocentrico, decide che i soldi per prendere qualche altro attore famoso o decente siano sprecati, così al massimo abbiamo i Fichi d’India nei panni de Il gatto e la Volpe. QUALITY BABY! Comunque, son ostacoli più o meno superabili se il film in sè fosse emozionante e confezionato con cura. Non lo è, anzi, se qualcuno avesse dubbi sulla valenza del Pinocchio della Disney, la giustapposizione tra i due prodotti penso sia utile a fugare ogni dubbio. Quello di Benigni è arido, noioso, ripetitivo e, oltretutto, non lascia alcuna lezione morale. Sembra davvero un prodotto confezionato ad-hoc per Edizioni San Paolo, ideale a essere trasmessso nelle scuole per far pentire i bambini di non essersi dati malati. Posto ciò, penso sarebbe stato molto meglio farsi finanziare dallo Stato e realizzare piuttosto una miniserie RAI in più puntate. Aggiungendo infamia al danno, il film fu nominato per ben sei David di Donatello, vincendone due, mentre in USA fu massacrato dalla critica e nominato per cinque razzie awards, gli oscar per i film brutti. Fa tenerezza come il cinema italiano sia impegnato da trent’anni a farsi pat pat sulla schiena, nel futile tentativo di rinascere ogni sei mesi grazie al nuovo inutile grande film autoriale. Il Pinocchio di Benigni è brutto, penoso e faticoso, niente di più che un gran spreco di soldi. Ha un lato positivo però: grazie a questo, il comico ha polverizzato il buon nome di cui godeva e ha lasciato il mondo cinematografico in fretta.

VOTO: Due Nicoletta Braschi con una paresi facciale

SONO SOLO FANTASMI

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fantasmiSONO SOLO FANTASMI – 2019 – CHRISTIAN DE SICA

Avvicinarsi al cinema italiano contemporaneo è sempre una decisione moralmente devastante, lo spettatore smaliziato avrà modo di toccare con mano la pochezza e l’impreparazione di tutti i coinvolti. Se un tempo con diecimila lire e Pippo Franco riuscivamo a fare delle commedie che ancora strappano qualche risata (Furto di Sera, Bel tempo si spera), oggi ci vogliono milioni di euro e fondi statali per far campare un’industria assimilabile a un enorme ministero che vorrebbe pure essere costantemente incensato. E in questo, la versione Ghostbusters di De Sica si allinea perfettamente: una commedia non divertente su argomenti molto vagamente horror. E già solo per questo, ci dicono molti spettatori, merita plauso e attenzione; vedete cari lettori, il cinema italiano non è mai valido in quanto tale, ma lo diventa in comparazione con se stesso (“almeno non è Zalone“, “almeno non c’è Boldi che scorreggia”). De Sica interpreta un detestabile mago televisivo, ricamato su Giucas Casella, che ritrova i suoi due fratelli a Napoli in occasione della morte del padre. Si scoprirà che quest’ultimo ha lasciato un mucchio di debiti e, per salvare la casa, toccherà inventarsi il lavoro di acchiappafantasmi. In tutto ciò, Gianmarco Tognazzi fa un ruolo pseudodrammatico, così almeno può prendersi il suo nastro d’oro, nonostante non c’entri proprio niente nel film e il suo personaggio sia privo di alcuna parabola narrativa. D’altronde, come ci ha insegnato il maestro Zalone, le parabole narrative non servono a niente, lo spettatore è intelligente e le cose le capisce da solo. Solo dopo quaranta minuti la sceneggiatura si ricorda di dover (?) fare una sorta di parodia del film di Reitman, il che, per gli accurati sceneggiatori De Sica-Bassi-Di Capua, vuol dire fare copia e incolla delle varie scene e basta. Ancora meno spiegabile sono i personaggi messi così per completare la checklist, come la loro Janine che come unico tratto ha parlare dialetto stretto. Non serve certo altro per scrivere un personaggio, no? Ricapitolando: la commedia non fa ridere e risulta priva di qualsivoglia narrativa minimamente intrigante, risultando noiosa per una buona ora. Negli ultimi trenta minuti, invece, si accavallano scelte a dir poco discutibili; su tutte il fantasma che caca a spruzzo sospeso nella sala del ristorante. Da incorniciare per usarla come pubblicità per i fondi Mibac, senza dubbio. De Sica a tutti i costi ci infila in gola anche un omaggio a Vittorio, che non si sa cosa mai dovrebbe c’entrare in un film del genere, che passa nel giro di due scene da fantasma che è tornato solo per giocare al casinò a padre affettuoso. Ovviamente, sarà sempre papà Vittorio a salvare capra e cavoli, sconfiggendo la loro versione di Gozer, immagino come ne sarebbe orgoglioso. Lo spettatore sarà rassicurato nel vedere i loghi di regione Lazio e Campania che accarezzano i titoli di coda e lo sfavillante logo del ministero dei Beni Culturali: bollini di qualità indelebile e sintomo inequivocabile di soldi ben spesi.

VOTO: DIARREA FANTASMA A SPRUZZO