BENVENUTO CARO PUBBLICO

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Ho aperto questo blog a fine 2015, con l’intento di riversare quante più recensioni possibili ed educarmi quotidianamente allo scrivere i miei pensieri sulle visioni cinematografiche che, all’epoca, erano davvero fuori controllo, specialmente come quantità. Sono molto altalenante con la quantità dei film che vedo, a volte arrivo anche a vederne quattro al giorno, altre volte faccio pausa per settimane.

L’obiettivo di questo blog è di recensire titoli, vecchie e nuove visioni insieme, più vari approfondimenti con una media di cinque aggiornamenti settimanali, almeno.
Ne vedrete delle belle e anche, perché no, delle brutte.

Seguitemi anche su facebook per avere la vostra dose di meme (memi?!?), immagini cinematografiche che ritengo interessanti più qualche ignobile puttanata da condividere con gli amici.

Il Gerliotti

STAYING ALIVE

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Staying Alive (1983 film) - Wikipedia

STAYING ALIVE – 1983 – SYLVESTER STALLONE

Nel 1983 Stallone era in cima al mondo, grazie all’aver messo mani in pasta più o meno ovunque, così ecco che decide di appropriarsi del personaggio di Tony Manero per una versione vagamente romanzata della propria biografia. Sì, perché come seguito di Saturday Night Fever qui c’è davvero poco in comune col precedente, tutto quanto imparato dal personaggio viene resettato a zero e l’intera trama è imperniata su un triangolo amoroso neanche molto interessante. E’ la storia però di un italoamericano che si dimena per diventare famoso, disposto a tutto pur di conquistare la fama. Di certo, è giusto fare i complimenti a Travolta, qui in una forma splendida e oltremodo invidiabile, così pure a Stallone per aver chiaramente un certo feeling per dirigere all’attore. Per il resto, il film si trascina da montaggio a montaggio, risultando poco più che una puntata media di una telenovela anni 80. Il tutto però poi ci fa arrivare alla prima di Satan’s alley, il musical a cui stavano lavorando da un’ora: un vero e proprio delirio mefistofelico di danze sfrenate, macchine del ghiaccio che sparano a mille e soprattutto, tripudio di pessime musiche dell’epoca. Di certo ecco, lì dove Saturday Night Fever è ancora una delle colonne sonori più celebri della storia del cinema, nessuno si ricorda di quella di Staying Alive. Venite per uno Stallone, rimanete per l’altro Stallone, Frank, che purtroppo non arriva a menarsi con Travolta per quanto tutti ci stavamo sperando. Non riesco a parlarne male più di tanto, è riuscito a tenermi sveglio e mi ha strappato più di un sorriso. Nonostante sia niente più che un seguito furbetto ha qualcosa di genuino e diretto, nonché un sottofondo di machismo gratuito con un surplus di canzoni pessime. Riesce quasi a beccare tutte le mie cose preferite in una botta sola, ma oggettivamente, immagino sia meglio non esaltarlo troppo.

6.5

MANI DI FATA

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MANI DI FATA – 1983 – STENO

L’ossessione del cinema italiano nell’infilare Pozzetto in ruoli da “ambiguo” iniziò ben presto negli anni 80, ma esplose definitivamente in Mani di Fata. Qui il nostro passa, dall’essere un ingegnere di successo, a dover lavorare prima da casalingo e poi da maggiordomo per una contessa, una talmente ricca che ha i soldi per permettersi UNA persona che fa almeno 4-5 ruoli diversi. Vabbè. La prima parte del film infila alcune trovate tutt’ora moderna, tra cui la precarietà del lavoro e l’impossibilità di campare decentemente a Milano pur con due buoni stipendi. Purtroppo, la cosa viene presto bruciata nella seconda metà dove l’ossessione per i “diversi” prende il sopravvento. Ne risente anche il ritmo e così pure la narrativa, che rientra presto nei classici binari dello scontro marito vs moglie, annacquato dall’immancabile lieto fine. Peccato perché se si fosse rimasti sulla falsariga iniziale, avremmo avuto un prodotto interessante, invece siamo nei soliti meandri da dimenticabile commedia all’italiana anni ’80. Pozzetto fa ridere qualche volta, la Giorgi è un piacere per gli occhi ma un dispiacere per tutto il resto e, su tutti gli altri, spunta solo il povero Maurizio Micheli pure lui spesso relegato a ruoli del genere. Nella sceneggiatura, oltre al regista e allo stesso Renato, c’è lo zampino pure di Enrico Vanzina. Ben tre penne per scrivere battute davvero dimenticabili, tra cui una lunga conversazione tra Micheli e Pozzetto sul David di Michelangelo che davvero lascia alquanto basiti. Guardabile, ma ben lungi dall’essere necessario.

6

LA VITA AGRA

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LA VITA AGRA – 1964 – CARLO LIZZANI

Il ruolo della piccola borghesia nel post boom economico è un tema decisamente familiare per la commedia italiana negli anni 60, ma forse nessuna ci si concentra con risultati così brillanti come l’opera di Lizzani. Tognazzi, organizzatore di attività culturale per minatori, viene licenziato dalla ditta e resta testimone di un grave incidente, decide di andare a Milano per far saltare in aria il palazzo della “megaditta”. Finirà per farsi sedurre dalle adunche mani del capitalismo, trascinando la Ralli con sé e tornando lentamente alla sua piatta vita precedente. Nonostante possa sembrare una parabola tutto sommato “liscia”, Lizzani fa un po’ di tutto per renderla movimentata, compreso un montaggio decisamente tipico per l’epoca, eppure ancora straniante con un’abbondanza di fermi immagine. La narrativa si estende poi al ruolo della sinistra italiana, con sferzate sulla sessualità tremendamente moderne per l’epoca; anche qui, facile notare come sia davvero cambiato poco nella nostra immobile nazione. Milano è il luogo ideale per ambientare la vicenda, città che sembra quasi faticare a respirare attraverso il cemento. Tognazzi si trova un ruolo ben ritagliato, dove riesce a praticare il suo linguaggio mediano perennemente in limbo tra commedia e drammatico, la Ralli fa da buona partner nei panni di una donna che vorrebbe essere qualcosa in più che una che aspetta il marito a casa. Alcune scene si spingono quasi dalle parti della commedia puramente fisica, il che in un film che presenta monologhi di gran valore e visione sul futuro, devo dire che risultano ancora più fuori posto del solito. Eppure Lizzani riesce a tenere tutto insieme e donargli una coerenza invidiabile, nonché una frizzantezza raramente riscontrata nella commedia di metà anni ‘60. Stupendo.

7.5

IL GAUCHO

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IL GAUCHO – 1964 – DINO RISI

Risi ancora in recupero dal boom Italiano e dal successo de Il Sorpasso, ritorna a dirigere un Vittorio Gassman mattatore supremo, stavolta calandolo in Argentina. Il nostro è a capo di un gruppo, in gran parte femminile, rappresentante la produzione di un film che dovrebbe essere premiato a un festival. L’argomento cinema viene affrontato nella prima mezz’ora, tra vari riferimenti ad attrici che portano a letto i produttori, ma presto messo da parte, a favore di qualcosa di ben più moderno: gli italiani all’estero e i loro difetti. In questo la scrittura scorre agevolmente dal comico quasi volgare e grossolano all’amaro che ancora colpisce e punge, specie grazie a un Manfredi che compare dopo un’ora abbondante ma lascia il segno. Brava anche la Pampanini nei panni di una diva nella sua discesa verso la vecchiaia, alternante disperazione e romanticismo. Amedeo Nazzari perfetto nei panni dell’imprenditore italiano che ha fatto fortuna all’estero ed è ossessionato dal passare tempo con i suoi connazionali, nonostante poi in realtà non voglia minimamente aiutarli. Quel che caratterizza il film è un andazzo molto altalenante, nonché una trama ridotta all’osso che sembra composta di piccoli episodi, quasi come un diario di viaggio. E’ un continuo alternarsi tra giorno e notte, tra feste e balli, tra pianti e grida, tra risate e spacconate romane. Se ci fosse stata di mezzo la droga potevano chiamarlo Paura e Delirio a Buenos Aires. Son 106 minuti che avrebbero giovato di una sforbiciata, ma che ancora oggi riescono a divertire e riempire di orrenda tristezza. D’altronde, 56 anni e non è cambiato proprio nulla. Oh ma c’ha fatto aaaa Roma?

7

EROINA

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Eroina (Film, Drama): Reviews, Ratings, Cast and Crew - Rate Your Music

EROINA – 1980 – MASSIMO PIRRI

Eroina (conosciuto anche come Tunnel) di Massimo Pirri è una sorta di pre-Amore Tossico, con un cast di nomi noti come Clery, Berger e Citti ma con un girato similmente suburbano. Proprio grazie a quest’ultimo, il film offre buone dosi di realismo, anzi, offre dosi e basta, considerando l’alternanza fissa di scene dei nostri tre personaggi che si bucano o cercano roba per farlo. Curioso sentire Citti doppiato da altra voce, probabilmente dovuto ai tre anni di limbo in cui il film è rimasto, probabilmente l’attore romano non era disponibile per doppiarsi. Troviamo pure un giovane Marzio Honorato e Karl Zinny (Ken in Demoni); eppure la curiosità maggiore è la colonna sonora. Sarei curioso di sapere come Pirri abbia fatto ad avere a disposizione l’intero primo album dei The Pretenders come colonna sonora. Se lo si conosce, immagino che l’effetto straniante di sentire un pezzo arrogante e sensuale come Brass in Pocket a fare da colonna sonora a Berger che sale la scaletta di S.Pietro in Vincoli con a contorno uno che piscia, non sia da sottovalutare. Peccato il film non abbia alcuna intenzione di scavare nella psicologia dei protagonisti, perché Berger volubile sarebbe potenzialmente un personaggio interessante. Purtroppo, considerando le prime frasi “choc” con cui si aprono le danze, fanno ben capire che di psicologia e di “sottile” qui troveremo poco e niente. Comunque, vale una visione, specie per l’evidente superiorità rispetto ai successivi tentativi anni ’90 di parlare dello stesso argomento.

6.5

LO CHIAMEREMO ANDREA

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Lo chiameremo Andrea - Wikipedia

LO CHIAMEREMO ANDREA – 1972 – VITTORIO DE SICA

Sicuramente tra i momenti meno brillanti della carriera registica di De Sica, la cui mano si può riconoscere solo dalla bravura recitativa dei bambini, sul resto c’è davvero poco degno di nota. Storia di una coppia turbata da una moglie perennemente scontenta e infelice che pensa di risolvere tutto restando incinta; naturalmente non sarà così facile. Manfredi è in buona forma comica, donando alla prima mezz’ora un ritmo piacevole, poi purtroppo la piega surreale della trama prende il sopravvento e si perde la bussola. La gravidanza da un’idea, diventa il chiodo fisso della moglie, trasformandola in una sorta d’invasata che non pensa ad altro. Il personaggio della Melato è davvero esecrabile, d’accordo che gli sceneggiatori italiani son sempre stati pessimi nello scrivere le donne ma qui siamo su livelli esagerati. Mi sorprende, difatti, che la Mariangela abbia deciso tranquillamente d’interpretarlo, sembrerebbe ruolo più adatto ad attrice meno dotata. Come commedia funziona discretamente, la sensazione che pervade dopo la visione è, in generale, la perplessità. Su tutte, per la scelta di far interpretare l’intera colonna sonora a un coro di voci bianche, confermando la sensazione che si tratti di film uscito da idee nate a metà anni 60. Anche la pubblicità in perenne sottofondo, a mò di cantilena, sembra strettamente legata all’ossessione italiana per Carosello. L’unico elemento “fuori posto” è una vaga tendenza ambientalista, ma d’altronde, nel ’68 c’era anche quella. Una curiosità per completisti della commedia all’italiana, già solo per riconoscere buona parte del cast dei primi due Fantozzi, evitabile per gli altri.

6

THE RESURRECTED

Justin Osbourn movie posters

THE RESURRECTED – 1991 – DAN O’BANNON

L’unico altro film del compianto Dan O’Bannon, responsabile per quella deliziosa fettina di commedia zombie che è Il Ritorno dei Morti Viventi. Qui, ahimè, i suoi talenti vengono messi al servizio di un risultato meno brillante, il film d’altronde è ben più serio, forse anche troppo. La sceneggiatura è ispirata, più o meno direttamente, alla novella Charles Dexter Ward di Lovecraft e, ahimé, Resurrected soffre dei soliti problemi dei film ispirati a HP che non vogliono seguire la scia di Re-Animator e del suo seguito, uscito due anni prima. Avendo recentemente letto la storia, posso dire che la segue in maniera piuttosto fedele, eccetto l’ambientazione anni ’90 naturalmente. E, qualora non fosse chiara l’epoca, vi basterà uno sguardo al parruccone del nostro protagonista e bum, tutto sarà chiaro. La sua controparte femminile è un piacere per gli occhi, meno per la sua recitazione purtroppo. La vera star restano sempre gli effetti speciali, anche qui sempre con il loro stile “viscido”, così come in Return of The Living Dead. Abbiamo tutto il meglio che potesse offrire il comparto effetti speciali materiali con un budget decente: maschere, passo uno (o stop motion), sangue e liquami a volontà. Davvero, l’unico motivo per restare ancora attenti dopo un’ora in cui la sceneggiatura si limita solo a seguire la novella e non succede niente di eccitante. Non cambiate canale però, vi aspetta l’ultima mezz’ora nella cripta di Charles Ward quando si aprono le porte dell’inferno. Siete interessati alle creaturine malvagie di Lovecraft? Se sì, ecco il film per voi! Altrimenti, meglio stare alla larga.

6.5

L’ODORE DELLA NOTTE

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L'Odore Della Notte: Amazon.it: Mastandrea,Giallini, Mastandrea,Giallini:  Film e TV

L’ODORE DELLA NOTTE – 1998 – CLAUDIO CALIGARI

Concludo finalmente la visione dell’intera filmografia di Caligari con il suo trait d’union tra Amore Tossico e Non essere Cattivo. E ho usato trait d’union con un senso preciso: la valutazione complessiva dell’opera del regista fa evidentemente notare una progressione nello stile, ma una precisa scelta di tematiche di emarginazione. Lì dove a Ostia si cercava di tirare a campare (e a morire), qui invece si “tira a rubacchiare”. Il buon Mastandrea pre-MIBACT fa da narratore universale per l’intero film: ex poliziotto maldisposto verso l’autorità che inizia a rubare più per noia che per necessità. Finirà poi proprio alla necessità, cercando disperatamente di costruire un’esistenza normale che gli scivolerà tra le dita come sabbia. Lo affiancano il sempre affidabile Marco Giallini nei panni di un playboy che va e viene dalle rapine come vuole e Bevilacqua che fa il Rozzo, personaggio oscuro e intrigante. Si intravedono pure diversi habitué del cinema romano anni novanta: la Fugardi (ex Grande Cocomero), Vannoli (idem), Alvigini, ecc. Caligari dirige con estrema economia e un’attenzione costante: se chiudiamo un occhio a volte sembra quasi di trovarci a bordo di una Giulietta in un poliziottesco anni settanta. In parte omaggio a quel genere tramontato, in parte racconto di borgata pasoliniano, condito da un ritmo perennemente elevato, non si ferma mai fino al frettoloso finale che lascia un poco d’amaro. Nessun grande messaggio finale, solo una vita di merda.

7

I LOVE YOU

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I Love You (1986 film) - Wikipedia

I LOVE YOU – 1986 – MARCO FERRERI

A quanto pare il malato rapporto sentimentale che lega un maschio a una femmina è un argomento che è sempre molto piaciuto ai registi, specialmente se tale femmina in realtà non esiste nemmeno. Qui però siamo ben distanti da Her, anzi siamo in pieni anni ottanta, con tanto d’insopportabile new wave francese e improponibili tute addosso ai protagonisti. E a tal proposito, il protagonista qui è Christopher Lambert, un beniamino del Gerliotti, uno che non manca mai di annegare con la sua espressione da scimmione inebetito ogni film in cui partecipa. Qui pure fa discretamente del suo per risultare ridicolo, ma Ferreri almeno lo limita a fare poche cose, anche se la mdp non se ne discosta un attimo. Il nostro, amato e desiderato da tutte le donne che incontra, non ricambia questo amore e pare interessato solo a sfogarsi fisicamente. Sembra un personaggio molto infantile già dai primi minuti. Il suo amore è rivolto solo verso un portachiavi che si attiva fischiando e che risponde con un elettronico “I Love you”. Purtroppo poi al nostro capiterà di non riuscire più a fischiare, così pure al suo vicino di casa, gettandolo nella disperazione senza più poter ascoltare questa dichiarazione continua. Narcisismo maschile e metafore d’impotenza abbondano, anche se l’estrema desiderabilità di Lambert è davvero l’elemento più surreale dell’intera vicenda. Ferreri mette giù delle idee interessanti che si perdono in una narrativa un po’ raffazzonata, uscendone un prodotto davvero figlio del periodo ma con risvolti ancora notevoli. Una breve scena per un giovane Jean Reno.

6.5

FEMMINA FOLLE

Leave Her to Heaven (1945) - Rotten Tomatoes

LEAVE HER TO HEAVEN – 1945 – JOHN M. STAHL

Quando un regista ha a disposizione dell’ottimo Technicolor e tra le mani un bel drammone, lo spettatore smaliziato sa già cosa lo aspetterà. E in effetti, Leave her to heaven (vogliamo parlare del bel titolo italiano?) percorre binari piuttosto familiari, pur non mancando qualche sorpresa narrativa. Giovane scrittore conosce un’attraente donna che sembra volerlo sposare a tutti i costi, si scoprirà presto come lei stia mirando a creare terra bruciata intorno al suo sposo, in maniere sempre più subdole e crudeli. Lei è la splendida Gene Tierney, poco utilizzata dalla classica Hollywood ma ideale per i panni di una che non sai mai come giudicare; lui mi entusiasma un po’ meno, Comel Wilde sembrava già ultratrentenne all’epoca. Note di merito anche per l’incantevole Jeanne Crain, nei panni dell’innocente sorella della protagonista, oltre al sempre affidabile Vincent Price. Lo svolgimento narrativo è, coerentemente con l’epoca, rigoroso e solido, a tratti quasi legnoso; non si vuole mai svelare troppo del comportamento della nostra né dipingerla come una cattiva, bensì come una persona disturbata. Colori splendidi, ottime recitazioni e, ahimé, il solito finale un po’ sbrigativo, per un drammone solido e sicuramente memorabile.

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