BENVENUTO CARO PUBBLICO

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Ho aperto questo blog a fine 2015, con l’intento di riversare quante più recensioni possibili ed educarmi quotidianamente allo scrivere i miei pensieri sulle visioni cinematografiche che, all’epoca, erano davvero fuori controllo, specialmente come quantità. Sono molto altalenante con la quantità dei film che vedo, a volte arrivo anche a vederne quattro al giorno, altre volte faccio pausa per settimane.

L’obiettivo di questo blog è di recensire titoli, vecchie e nuove visioni insieme, più vari approfondimenti con una media di cinque aggiornamenti settimanali, almeno.
Ne vedrete delle belle e anche, perché no, delle brutte.

Seguitemi anche su facebook per avere la vostra dose di meme (memi?!?), immagini cinematografiche che ritengo interessanti più qualche ignobile puttanata da condividere con gli amici.

Il Gerliotti

COMMUNION

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comm.PNGCOMMUNION – 1989 – PHILIPPE MORA

Quando leggo il nome di Philippe Mora dietro alla macchina da presa, so già che mi aspetterà un’esperienza alquanto peculiare e, ovviamente, non sono stato affatto deluso neanche stavolta. D’altronde, un film con protagonista Christopher Walken nei panni di uno scrittore che inizia a comportarsi in maniera “aliena” già prima di avere visite… che piatto ricco! Insomma, il nostro si reca con la famiglia in una baita immersa nel bosco e riceve la prima visita dagli alieni; la seconda avviene qualche tempo dopo, ma stavolta il nostro viene proprio rapito, nonché violato analmente e tutte le classiche cose da visita dagli UFO. Da lì in poi, stranamente il film inizia a rallentare il ritmo, con Walken che fa la spola tra vari dottori e si fa ipnotizzare per capire se è davvero fuori di testa oppure se c’è della verità in quel che ha visto. Alla fine del film, fa un’altra visita agli alieni e lì le cose diventano completamente folli per un’ultima volta, roba da bar di Mos Eisley. Che meraviglia. Mi è perfino difficile descrivere la recitazione di Walken; nella prima mezz’ora è come se recitasse male e bene allo stesso tempo, come se non fosse per nulla un essere umano ma ci stesse provando. Da lì in poi, compie un lento ritorno alla normalità e la sua recitazione diventa effettivamente di buon livello, ma siccome l’intero film è sulle sue buone spalle, il ritmo fiacca e ci si comincia ad annoiare. Probabilmente fermare la durata intorno ai 95 minuti avrebbe aiutato. Ho parlato solo di Walken, ma non dimentichiamo che c’è anche la brava Lindsay Crouse (già vista in House of Games di David Mamet) che non sfigura affatto, anche se ha alcune scene in cui reagisce in maniera alquanto strana alle follie del maritino. Il bambino è… uhm… decente? Non so, a volte sembra che voglia disperatamente fare il bravo attore e diviene irritante. Alla fine, Communion è un film più che guardabile con risvolti intriganti oltre la mera stranezza; il fatto che Christopher sfoggi una recitazione fuori da ogni canone diventa proprio la forza del film. Più il nostro spinge il pedale della stranezza e le scene lo assecondano, più lo spettatore ci si diverte, sicché io stesso non posso proprio lamentarmi.

6.5

I DIAVOLI

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devils.PNGTHE DEVILS – 1971 – KEN RUSSELL

Per lo spettatore moderno il dubbio che questo film sia stato davvero prodotto dalla Warner Bros è pienamente legittimo: gli enormi set, le coraggiose scelte di tonalità e le scene piene di sangue, sesso e bocacceschi deliri. D’altronde, gli anni 70 erano quel periodo magico in cui enormi somme di denaro venivano date a registi con delle visioni talmente estreme e non commerciali, da renderlo quasi incredibile oggi. E sì, The Devils è proprio quel calderone di follia e sesso blasfemo che ci si aspetta da un nome come Ken Russell, la narrativa incentrata sulla parabola di Urbain Grandier. Questi era una di quelle rare figure cattoliche che lottavano sia contro il Papa che contro il Re, per difendere la sua città oltre alla propria posizione di potere, ovviamente. Altrettanto ovviamente, il film si prende parecchie libertà nel raccontarci “la vera storia”, ma d’altronde penso che nessuno sia qui per l’accuratezza storica, no? Siamo qui invece per vedere i risultati del lavoro di Derek Jarman sui set, quella sua unica abilità di trascendere il periodo storico con l’aggiunta di piccoli moderni dettagli che immergono il tutto in un’atmosfera sostanzialmente sospesa nel tempo. Oliver Reed è senza freni, tenendo fede alla sua fama di persona non molto facile con cui lavorare, inizia come un maschilista pervertito che non disdegna di portarsi a letto ogni essere femminile che gli si para innanzi, a una figura di vero martire, capace di ignorare dolore e torture per salvare la sua gente. La colonna sonora è tremendamente contemporanea, con un utilizzo di strumenti che la rende quasi borderline “noise”, perfetto accompagnamento per la follia delle scene collettive. Sono 110 minuti di pervertite delizie, recitazioni fuori controllo (la Redgrave pure fa del suo meglio tra strilli indemoniati e stracciamento di vesti), Reed che naviga lungo l’intero spettro delle emozioni umane. La piccola città francese diventa lo scenario per una tragedia senza tempo con i tipici immortali difetti umani: corruzione, sesso, potere, bugie e religione.

7.5

MORDI E FUGGI

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mor.PNGMORDI E FUGGI – 1973 – DINO RISI

Come sappiamo, gli anni 70 non sono stati il periodo migliore per Risi (o per il cinema italiano, eccetto quello di genere), dunque è prevedibile che un prodotto come Mordi e Fuggi possa risultare frustrante ma anche pieno di potenzialità inespresse. Prendendo una pagina in prestito da Cani Arrabbiati, troviamo il solito affidabile Mastroianni nei panni dell’industrialotto fesso con amante ventenne al seguito, i due vengono rapiti da un trio di criminali comunisti comandati da Oliver Reed, doppiato da Adolfo Celi oltretutto. Il cast è abbastanza capace e soddisfacente, pur non brillando da nessuna parte. Lì dove il regista non sbaglia, ovviamente, è nel dipingere una società italiana già allo sbando, dove la rivolta comunista non sembra più avere alcun senso e gli operai sono tutti borghesucci che vogliono la macchina e la casa al mare. Se, quindi, il contorno “sociale” si è ben invecchiato, diversi problemi si riscontrano nella storia principale, mancante di tensione come “crime story” e di coinvolgimento emotivo quando tenta di fare altro. Innanzitutto il comportamento stesso dei rapinatori ha spesso poco senso, a volte sono furbissimi, altre compiono errori marchiani che sembrano quasi manifestare volontà di farsi beccare. La sceneggiatura ripiega poi su alcune soluzioni estremamente prevedibili: che l’amante di Mastroianni finisse a letto con il capo della band l’avevo previsto praticamente dopo venti minuti. Ben più originale sarebbe stato se Marcello l’avesse trovata a letto con la bisessuale Sylvia, interpretata da Nicoletta Machiavelli; quest’ultima sicuramente il personaggio più interessante, ma poco dettagliato dalla sceneggiatura. Il menzionato capo dei rapinatori pure lascia qualche grattacapo, non sembra che si voglia dipingerlo in maniera positiva, però il film gliene lascia vincere parecchie, pure se la fine che lo aspetta sarà violenta. E a questo proposito, sono stati girati due finali, quello classico dove la polizia mitraglia i rapinatori e fa fuori pure il nostro povero industriale e un altro dove invece questi si salva, ma sono riuscito a trovarlo solo in russo e quindi non so i dialoghi finali cosa aggiungano. Come finale amaro sicuramente ha senso, d’altronde qui non si salva davvero nessuno, nemmeno la polizia che sembra faticare e boccheggiare per resistere un minimo a tre rapinatori malorganizzati che si spacciano per militanti politici. Mordi e Fuggi resta un capitolo interessante nella carriera di Risi, strappa ancora qualche risata ma è portatore di un messaggio confuso e la sua prevedibilità non gioca a favore del suo status di “gemma nascosta”. Per dirne una, In nome del popolo italiano riusciva in maniera molto più netta e velenosa come critica alla società italiana tout court. Una cosa però va detta, almeno una versione in DVD la meriterebbe!

6

PRIMA O POI ME LO SPOSO

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weddings.PNGTHE WEDDING SINGER – 1998 – FRANK CORACI

Dalla mente che ci ha regalato certe ignobili titoli come Click, qui possiamo osservare una rarità degna di un’introduzione di Alberto Angela: un’occasione in cui Adam Sandler riesce a dare una performance decente nei panni del classico timido ebreo. Oddio, non ha molto senso la timidezza col personaggio, visto che veniamo a conoscenza del fatto che poco tempo prima era il leader di una cover band dei Van Halen, dove “leccava il microfono mentre saltellava sul palco”, ma ok. Come sia avventura la trasformazione da quello a timidino cantante ai matrimoni non saprei, forse era sempre ubriaco in precedenza, boh. Insomma il nostro viene abbandonato all’altare e finisce con l’innamorarsi di Drew Barrymore, però lei intanto è già promessa a un bastardo e… insomma, penso sappiate come andranno le cose. La tonalità principale è palesemente quella del tentativo di rifare una commedia eighties in puro stile John Hughes, senza liceali magari, con un budget di colonna sonora praticamente infinito. Così ogni due minuti, spesso senza che abbia molto senso, vi beccate assalti di canzoni di ogni tipo, dagli Smiths ai Thompson Twins, perfino per me che adoro la musica della decade è stato un po’ esagerato. In ogni caso, come menzionato, Sandler se la cava egregiamente e riuscirà a farci empatizzare con la sua sfiga perenne, il momento in cui suona il suo pezzo di amore/odio a metà tra The Cars e The Replacements mi ha particolarmente divertito. Barrymore pure bravina nonostante il suo personaggio non sia così ben scritto da risultare interessante. C’è un po’ del classico humour infantile del nostro qui e lì, ma niente di così irritante, è una decente commedia romantica con una buona soundtrack e uno strano cameo di Billy Idol verso la fine. Una particolare menzione per il solito titolo italiano ad mentulam che non c’entra neanche molto con la trama.

6.5

TRA LE TUE BRACCIA (CLUNY BROWN)

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clunyCLUNY BROWN – 1946 – ERNST LUBITSCH

L’ultimo film effettivamente completato in vita da Lubitsch prima della sua morte l’anno successivo è… prevedibilmente una visione non troppo ottimista sulla relazioni non solo tra uomo e donna, ma anche tra le diverse classi sociali. Naturalmente impacchettata e infiocchettata con la sua solita eleganza, definita non a caso “tocco Lubitsch“. Il modo in cui il regista sia, fin dai tempi del muto, riuscito a dirigere personaggi femminili “particolari” senza renderli ridicoli agli occhi dello spettatore o a rovinare la loro identità alla fine, è sempre stata una delle sue migliori qualità. Nessun altro regista, da me visto finora, ha avuto questa capacità, forse Woody Allen ai bei tempi. La nostra protagonista Cluny è una ragazza un po’ particolare che “non sa stare al suo posto” (inteso, ignora le nette divisioni tra classi sociali), adora lavorare sui lavandini intasati e vive con cognizione di causa il suo essere una “spostata”. Finirà col perdere tempo in una relazione con un farmacista, nel villaggio dove sarà mandata dallo zio a lavorare come cameriera per imparare “il suo posto nel mondo”. Il suo spasimante è un essere particolarmente irritante, nonostante non sia cattivo o abbia dei modi inumani (qui si vede l’eleganza e la sottigliezza di ogni riferimento che faceva il regista tedesco), così che la prima volta che ha l’occasione di vedere Cluny per quel che è, non ci pensa due volte a rifiutarsi di sposarla. La controparte maschile è il misterioso professore cecoslovacco, un personaggio che ricorda un po’ il Pigmalione, colpito fin da subito dalla stranezza della Cluny ma, invece di volerle tarpare le ali, vorrebbe volare via insieme a lei. Jennifer Jones e Charles Boyer sono strepitosi, una coppia talmente ben amalgamata che quasi da subito non vedi l’ora che finiscano insieme. Con Cluny Brown, Lubitsch non sembra solo voler criticare l’alta borghesia/nobiltà, ma anche la stessa classe della servitù, imprigionata dai medesimi meccanismi di chiusura e di arroganza che riscontriamo nei primi. Ovviamente oltre al “romantico”, abbiamo delle gran dosi di commedia, specialmente una serie di doppi sensi davvero pesanti per l’epoca. Come con molti film del nostro, qui di risate se ne trovano tante, specialmente per qualcosa che si porta ormai più di settant’anni. Anche la semplice scena in cui il professore apre e chiude la porta del farmacista, per irritarlo, è girata con una sapienza perfetta nei ritmi e tempi comici. La carriera di Ernst finisce con una nota deliziosa, un film che ancora si lascia apprezzare, fa ridere e ci lascia anche a riflettere.

7.5

 

PORTE APERTE

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PORTE APERTE – 1990 – GIANNI AMELIO

Devo confessare, da critico, di non aver visto praticamente niente di Gianni Amelio, eppure già solo da questa visione credo di aver intuito che tipo di regista sia. Quelli strettamente territoriali, che non girano un film se non c’è qualche collegamento con la terra natia, in questo caso la Sicilia naturalmente. Dunque, insomma, adattare un libro di Sciascia è sostanzialmente cosa automatica. Ora, confesso di non aver mai particolarmente amato lo stile narrativo dello scrittore siciliano ma non solo, per quanto gli argomenti siano di mio interesse, questo dovertelo necessariamente ingozzare fin dal primo liceo me lo ha fatto stare presto antipatico. A peggiorare ancora la situazione, tutti i film presi dai suoi racconti che ho visto finora son stati tremendamente pesanti, se poi qui ci aggiungiamo pure la presenza di Gian Maria Volontè, in età ben avanzata, il rischio è elevatissimo. Eppure, Porte Aperte non è certo così tedioso, specialmente rispetto ad altri titoli simili di vent’anni prima, in gran parte grazie ai primi venti minuti. Abbiamo il grande Ennio Fantaschini nei panni di uno stanco impiegatuccio che decide di vendicarsi del suo vecchio capo e di un collega che gli ha, a quanto pare, rubato il posto ep oi finisce a violentare e sparare alla moglie. Tre morti nei primi dieci minuti, quindi insomma un ritmo forsennato che eccita lo spettatore per il seguito. Ovviamente non succederà più nulla di eccitante, tutto il resto sono solo dialoghi su dialoghi, neanche le scene del processo son molto eccitanti se uno è abituato ai classici courtroom drama americani. Così, tutto ciò che rimane è una buona performance di Volontè e quella ottima di Fantaschini, anche se dopo l’inizio lo vedremo sempre più raramente. Purtroppo tutte le varie trame secondarie non hanno molto seguito da parte della sceneggiatura, scomparendo molto presto. Il tema principale è squisitamente “politico”: la pena di morte durante il regime fascista. E’ il cuore pulsante dell’intera operazione e, a meno che non sia un argomento che vi entusiasmi, non ci sarà molto per cui rimanere attenti. Insomma, il nostro giudice Volontè finirà con instillare legittimi dubbi sulla pena di morte da infliggere al criminale tra i suoi colleghi e riuscirà a “salvarlo”. La stessa trama sul dvd prometteva come “ci sarà un alto prezzo da pagare per il giudice”, ma è una promessa abbastanza vuota, visto che non succederà quasi nulla. Ora, non sono certo quello che vuole i suoi film dal ritmo forsennato in stile ammmerigano, ma, specialmente se si deve costruire qualcosa con un forte connotato politico, un regista dovrebbe fare qualcosa di più che esplicitare un messaggio, per quanto forte. E, considerando che la sceneggiatura è scritta dallo stesso Amelio con l’immancabile zampino di Cerami, non posso certo dare la colpa a nessun’altro. Insomma, se siete interessati avrete di che cibarvi, altrimenti non posso consigliarlo granché.

6

THE END? L’INFERNO FUORI

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THE END? L’INFERNO FUORI – 2017- DANIELE MISISCHIA

Da tutti liquidato con un degno “non se ne può parlare male perché di film con gli zombie in Italia non se ne fanno più”, The End sembra un tentativo disperato di replicare quello che anni fa fece Vincenzo Natali, regista di Cube, con l’ottimo cortometraggio Elevated. Misischia prova a realizzare un film “zombesco”, prodotto dagli immancabili Manetti Bros, con un budget ridotto e l’idea di girare tutto all’interno dell’ascensore; ovviamente, il tentativo è malriuscito. Il problema principale è la mancanza di personaggi, il nostro protagonista, per quanto non sia proprio uno stinco di santo, non è certo così pessimo da meritare il nostro odio, così il suo arco di redenzione diventa poco interessante e fin troppo prevedibile dal primo minuto. Gli altri personaggi fanno quasi niente, a parte finire mangiati o uccisi in vari modi. Gli effetti di make-up son mediocri, la CGI è tremenda, non ci sono scene d’azione di alcun tipo (a meno che non consideriate sparare a un obiettivo immobile mentre si è bloccati in un’ascensore una scena “d’azione”), colonna sonora che marca visita e il tutto diventa ben presto ripetitivo e prevedibile. Eppure, in qualche modo, il film mi ha convinto a rimanere lì seduto per i suoi 100 minuti, quindi qualcosa di buono l’avrà fatto, no? Forse speravo in qualche scena particolarmente pessima o stupida, ma niente, nemmeno nel finale. Oltretutto non ho capito quale fosse il senso di aver sottolineato l’ambientazione romana ovunque nel poster e nelle pubblicità, per poi farci pochissimo. Di “romanità” c’è pochissimo, eccetto la scena iniziale del traffico sul lungotevere, perfino gli accenti degli attori son oltremodo edulcorati. Eppure la città eterna ha così tanti problemi che potevano essere liberamente oggetto di satira o ridicolo, ma per far ciò serviva qualcuno bravo alla sceneggiatura, cosa che, come sappiamo, nel cinema italiano è cosa quasi impossibile. Potevano girarlo in Sud Africa e non sarebbe cambiato praticamente nulla. Dicevo della scena finale: c’è una strana coda di 5 minuti, quando finalmente il nostro riesce a uscire dall’ascensore (SPOI… vabbè…) e s’incammina in una Roma deserta con una decina di cadaveri qui e lì, viene attaccato dai nonmorti e salvato dai militari. Fine? Sì, tutto lì, speravo in almeno qualche dialogo stupido, ma niente, il film si prende orrendamente sul serio e, forse è un bene, ché i suoi pochi tentativi di far ridere sono davvero horror, quelli sì. Quindi, tornando all’inizio “di film con gli zombie in Italia non se ne fanno più?”, beh, rispondo io, meno male.

5

LA CASA DI JACK

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housejack.jpgTHE HOUSE THAT JACK BUILT – 2018 – LARS VON TRIER

Nel cinema moderno di veri e propri autori riconosciuti non ne abbiamo moltissimi, ma giuro su una qualsiasi divinità di vostro piacimento, quei pochi che tutti conoscono e venerano mi sono sempre sembrati tremendamente chiusi in loro stessi, quasi insopportabilmente egocentrici. Per carità, è vero che lo stesso potrebbe essere detto anche di un Orson Welles o di un Andrei Tarkovsky, però è altrettanto vero che i loro aspetti più personali erano bilanciati da un rigoroso cinema d’autore. Qui invece Von Trier pare costruirsi attorno una ragnatela da profondo intellettuale e ne fa un discorso di violenza vs arte, di spontaneità vs artificiosità, di onestà intellettuale vs commercio. Tutti argomenti che sarebbero ben interessanti, se solo uscissimo anche solo per un minuto delle due ore e mezza dalla sua testa. Ne restiamo chiusi dentro senza via d’uscita, per quanto Matt Dillon metta giù un’ottima performance come serial killer in divenire e sia a tratti anche divertente da osservare, è chiaro come tutto nella trama sia preordinato a un discorso tra Lars e Lars. Una visione intellettuale che finisce per nuocere gravemente all’intero progetto. Bruno Ganz è abbastanza sprecato, invece, la cosa dispiace perché si tratta di uno degli ultimi film prima della sua dipartita, praticamente se ve lo guardate doppiato vi perderete l’80% della sua performance, visto che comparirà di persona solo alla fine. Naturalmente le ardite metafore tipiche Larsiane non vanno perse nemmeno qui, visto che il personaggio del nostro Ganz si chiama “Verge” e alla fine porterà all’inferno un Dillon vestito con una tunica rossa d’ispirazione Dantiana. Wow che sottigliezze! La discesa finale agli inferi è una chiosa che ho trovato di particolare inutilità, non aggiungendo nulla a quanto già detto in precedenza, se non per la bellezza di alcune scenografie. Insomma, se l’eccessiva violenza aveva l’obiettivo di scioccare o se qualche parte di questa narrativa volesse smuovere qualcosa, ha fallito miseramente, considerando la mia completa neutralità per l’intera durata della cosa. Perlomeno come film non è particolarmente spiacevole o noioso, il ritmo aiuta un minimo a mandar giù la lunga durata.

6

DOVE COMINCIA LA NOTTE

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dove cominc.jpgDOVE COMINCIA LA NOTTE – 1991 – MAURIZIO ZACCARO

Chi conosce un minimo Pupi Avati sa che il suo flirt con il genere thriller non fu interrotto dopo le esperienze con La Casa e con Zeder, bensì rimase sopito in attesa di poterlo esprimere di nuovo. L’occasione arrivò proprio a inizio anni novanta, quando il nostro decide di incaricare un paio di suoi due pupilli per dirigere delle sceneggiature da questo scritte. Così nasce il progetto di Dove Comincia La Notte, girato curiosamente in USA con utilizzo esclusivo di attori americani. L’ambientazione infatti è la cosa che maggiormente stranisce del film, nonostante sia, appunto, in terra americana è evidente che l’andazzo è prettamente italico e di scene girate in esterno c’è poco e niente. In pratica si decise di sfruttare la sfortuna di un film cancellato, utilizzando cast e crew del precedente. La trama si alterna, come spesso è d’uopo fare Pupi, tra il sovrannaturale, la spiritualità e la cattiveria degli esseri umani. Mi ero approcciato con parecchia curiosità al prodotto, chi mi segue sa che ho un occhio benevolo per i suoi thriller, purtroppo a causa di un ritmo blando, una regia modesta e un doppiaggio parecchio dozzinale, oltre a un cast non certo di caratura elevata, è difficile riuscire a mantenere l’attenzione necessaria a decifrare un intreccio narrativo interessante. Difatti chiariamo subito, la sceneggiatura di Avati, pur scritta in fretta e furia, funziona bene e tocca pure alcuni picchi di stranezza che non ci aspetteremmo da un prodotto simile. Sul resto purtroppo non c’è molto di interessante, anche per gli appassionati del genere, la regia, per quanto non a livello televisivo, è molto piatta, il che non aiuta un lento susseguirsi degli eventi. Peccato davvero perché se si fosse aspettato di tornare in Italia, con una scelta del cast attenta e le giuste location sarebbe potuto essere un prodotto da riscoprire.

6

SPEED RACER

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speedrSPEED RACER – 2008 – LANA LILI WACHOWSKi

Si è parlato spesso, negli adattamenti cinematografici di manga/anime/videogiochi, di quanto sia conveniente per gli spettatori e per la valenza del film stesso, il livello di fedeltà al materiale originale. Non è questione che può avere risposta univoca, a volte questa attenzione produce buoni risultati (vedi Yattaman), altre volte produce mostri (vedi la patologia mentale di Street Fighter nel dover infilare tutti i personaggi). E proprio qui si gioca la principale attrattiva di Speed Racer, un anime non certo così famoso da noi, quindi, senza la necessaria conoscenza dell’originale, parecchie cose andranno perse durante la visione. E’ chiaro che qui le sorelline Wachowski erano maggiormente preoccupate di riuscire a rendere con precisione il tono scanzonato dell’anime originale, con qualche minima aggiunta moderna qui e lì nella trama (tipo il dilemma sul fratello scomparso nel nulla). Per il resto si affidano al loro solido rapporto con la CG, qui utilizzata in maniera sicuramente giusta, visto che il look plasticoso e poco realistico delle corse ben si presta alla loro irrealtà e a questa sorta di realtà alternativa in cui si svolgono gli eventi. Di tutta questa aderenza all’anime il cast ne soffre, invece, visto che i personaggi stessi son piuttosto unidimensionali e attrici capaci come la Sarandon e la Ricci avrebbero potuto rendere meglio con materiale di maggior qualità. Ma appunto, capisco la scelta, da una parte l’attirare pubblico con il richiamo dei nomi e dall’altro la necessità di doversi per forza attenersi al livello alquanto stupidello dei dialoghi dell’originale. In ogni caso, preso per quel che è, una versione live action di un cartone giapponese che non era poi sto granché, direi che poteva andare ben peggio, magari sforbiciandolo un po’ qui e lì poteva essere un film solido, così è comunque un buon intrattenimento per chi è cresciuto con lo stesso o, ancora meglio, per chi vuole spegnere il cervello per un po’.

6.5