BENVENUTO CARO PUBBLICO

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Ho aperto questo blog a fine 2015, con l’intento di riversare quante più recensioni possibili ed educarmi quotidianamente allo scrivere i miei pensieri sulle visioni cinematografiche che, all’epoca, erano davvero fuori controllo, specialmente come quantità. Sono molto altalenante con la quantità dei film che vedo, a volte arrivo anche a vederne quattro al giorno, altre volte faccio pausa per settimane.

L’obiettivo di questo blog è di recensire titoli, vecchie e nuove visioni insieme, più vari approfondimenti con una media di cinque aggiornamenti settimanali, almeno.
Ne vedrete delle belle e anche, perché no, delle brutte.

Seguitemi anche su facebook per avere la vostra dose di meme (memi?!?), immagini cinematografiche che ritengo interessanti più qualche ignobile puttanata da condividere con gli amici.

Il Gerliotti

PARASITE

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ParasitePARASITE – 2019 – BONG JOON-HO

La maestria di Bong Joon-ho è nel non far mai capire allo spettatore quale sarebbe la metodologia con cui affronta ogni suo film. Nonostante Snowpiercer (che ammetto non mi ha fatto strappare i capelli) e The Host siano stati successoni di pubblico in Corea, non penso che guardandoli si potrebbe ammettere che trattasi di “blockbuster” dal gusto commerciale. La linea tratteggiata da Joon-ho nel realizzare un’indipendenza in salsa mainstream è stata faticosamente guadagnata solo dopo anni di carriera. E non sempre andata a segno, in ogni caso. Con Parasite probabilmente la spinta è più verso il film indipendente, anche se il successo agli oscar sembrerebbe proprio raccontare ben altra storia. Il sottinteso “niente è ciò che sembra” si applica non solo alla storia e all’intenso racconto di due classi sociali che s’intersecano e scontrano, ma anche alla realizzazione dello stesso film. Mai avrei pensato che la villa, snodo principale dell’intera narrativa, fosse in realtà un set costruito con estrema cura per i dettagli. Nonostante la barocca narrativa di Memories of Murder lo rendesse uno dei miei film coreani preferiti degli ultimi anni, credo che Parasite riesca superarlo come portata drammatica. E’ una storia di ampio respiro che fa ridere, emozionare e anche commuovere alla fine, senza tralasciare l’estrema cura per i dettagli. Mostrare i lati più sensibili degli esseri umani, di come le debolezze possano diventare la nostra forza e, ovviamente, viceversa. Nonostante fin quasi alla fine non sembra presente il solito modo estremo di sentire coreano, Joon-ho non si smentisce e la mazzata non tarderà a far capolino. Un ritmo gestito in maniera sopraffina, un cast – come da attese – di prim’ordine e un’opera che aumenta con ogni successiva visione. Per una volta, è il caso di dirlo, un oscar come miglior film davvero meritatissimo.

8.5

DRACULA (2020)

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draculaDRACULA – 2020 – PAUL MCGUIGAN/JONNY CAMPBELL/DAMON THOMAS

Non è mio costume recensire serie Netflix, eppure siamo già alla seconda eccezione quando c’è di mezzo il vampiro più famoso della letteratura. Che vorrà dire? La serie, in tre parti di durata superiore ai 100 minuti, si pone l’obiettivo di rivisitare il mito del Conte, partendo sì dal libro ma con abbondanza di voli pindarici. Prendere dei personaggi letterari e cambiarne ruolo e utilità mi ha sempre riempito di perplessità, ma per la serie è cosa quotidiana. Jack Seward cambia età, professione e periodo storico, non c’entra più niente con l’istituto psichiatrico o tantomeno con Renfield. Ancora, quale sarebbe l’utilità di rendere Van Helsing una suora o inserire Mina Harker per una parte minima? Domande del genere sono all’ordine del minuto per la serie Dracula, la quantità di scelte illogiche è eccessiva per la mente umana. La prima puntata è sicuramente la migliore, una rivisitazione intrigante del rapporto tra Jonathan Harker e Dracula che, ahimé, si conclude a metà episodio. Troppo spazio viene lasciato allo scontro tra il convento di suore e il Conte che si trasforma in lupo, per la prima e ultima volta perché l’effetto costava troppo, immagino. Dialoghi noiosi, continue battutine che strizzano l’occhio allo spettatore in stile Dracula Morto e Contento ed effetti speciali mediocri. La seconda puntata, interamente ambientata sulla nave, fa scelte ancora più peculiari ma almeno si discosta notevolmente dal libro inserendo personaggi nuovi, quindi nessun problema. Infila però una serie di decisioni narrative discutibili, tra cui un rapporto omosessuale a malepena abbozzato e buttato lì, immagino solo per la quota LGBT. Le scenografie sono orrendamente ripetitive, due ore di sola nave finiscono con mettere il riflettore su dialoghi non particolarmente brillanti, anche se meno imbecilli della prima puntata. Nel finale si vede il nostro vampiretto che arriva nella Londra moderna e già appesta l’aria la puzza di netta virata verso il peggioramento. E infatti sulla terza puntata il numero di scelte illogiche e trame buttate a capocchia arriva al culmine. Il problema peggiore è il personaggio di Lucy, elevata a moglie perfetta di Dracula ma trattata in maniera estremamente disinteressata dal nostro. Nel momento in cui questi potrebbe mandare un esercito per preservarne il cadavere, se ne frega e lo lascia al suo destino. A cosa servivano tutti quei discorsi precedenti sulla cremazione, non si sa. Il già citato Jack Seward diventa un pupazzetto con pochissimi dialoghi, usato solo per il necessario “rapporto amoroso infelice” con Lucy, nonostante i due non si siano mai parlati per l’intera puntata. Ancora peggio, la fondazione Jonathan Harker dove lavora la discendente della Van Helsing: non se ne capisce l’utilità, gli obiettivi né tantomeno a cosa alludano i fantomatici “fondi di dubbia provenienza”. Né capisco cosa mai dovrebbe fregare allo spettatore o cosa c’entri Dracula con le loro ricerche sulle malattie… Ok mi era meglio non farsi domande, chiedo venia. Il finale poi, lasciamo stare, la trovata delle “banalità vampiresche” che vengono tramandate dallo stesso Dracula e in cui poi lui stesso crederebbe? Prodotto di un dodicenne che ha superficialmente letto Anne Rice e poi ha tentato di spiegarlo a qualcuno. Insomma, cosa fa di buono Dracula per avermi convinto a vederlo comunque per intero? Come detto, nelle prime due puntate di spunti interessanti ce ne sono molti, controbilanciati da una serie di scelte crescentemente illogiche che culminano in una terza puntata oggettivamente pessima. La recitazione pure è generalmente di buon livello, Claes Bang riesce bene a bilanciare sarcasmo e serietà, certo meritava dialoghi migliori. Ora ci vuole per forza una seconda stagione ambientata su Marte!

5.5

CADO DALLE NUBI

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CADO DALLE NUBI – 2009 -GENNARO NUNZIANTE

All’alba dell’enorme successo al botteghino di Luca Medici in versione grande divulgatore dei difetti dell’italiano medio (ma non c’era già Maccio Capatonda?) con la destra pronta ad accoglierlo (ma ingannataaaaaa!), la sinistra non sa che pesci pigliare (al solito), l’italiano medio s’indigna… Le solite superflue dietrologie del mondo dello spettacolo nostrano, a me quel che interessa è: un ex Zelig potrà mai essere meglio della media della pessima comicità che gira da anni nel panorama italico? Ovviamente no. Intendiamoci, se dobbiamo paragonarlo allo scavare il triplo fondo del Boldiano barile di scorregge e molestie sessuali sì ok, ma è davvero quello il metro di riferimento? Ci detestiamo a tal punto? L’esordio cinematografico del comico pugliese è naturalmente sulla falsariga delle sue comparse nel programma comico di Mediaset. CHE-COZZALONE (he he!) è un personaggio semi analfabeta, irrispettoso degli spazi altrui, mentalmente fermo aglli anni ’50 e irrimediabilmente cafone. Però… No, niente però, è quello e basta. Per la solita magia della sceneggiatura italiana scritta con i piedi, questo personaggio, che nella realtà nessuno vorrebbe nemmeno incrociare eccetto i suoi simili, in Cado dalle Nubi esce vincitore. Dopo, ovviamente, le immancabili peripezie: incontri con la lega nord, litigate con la comunità omosessuale, tizie che non ricambiano il suo amore. Tutto magicalmente si risolverà e troverà il successo e la felicità. Ma voi direte, caro Gerliotti, di sicuro nel film la classica parabola di redenzione dell’imperfetto protagonista è preminente. E in effetti, cari piccoli lettori, quello mi aspettavo; arrivato alla fine mi sono reso conto che la parabola non c’è mai stata. Zalone si trasferisce a Milano in cerca di fortuna, ospitato dal cugino omosessuale che vive col compagno e, dopo 30 secondi, inizia a sciorinare gli immancabili insulti omofobi. Alla fine, però, si opera per riappacificare la coppia gay perché… boh? Non ne ho idea. Niente di quanto accaduto nell’ora e mezza trascorsa fa capire cosa abbia reso più civile il nostro. “E’ così e basta, fidatevi” come da migliore tradizione delle nostrane sceneggiature. Mi fa anche ridere che nel 2009 ho letto recensioni che riferiscono come Nunziante e Medici “trattino l’argomento omosessuale in maniera delicata e spiritosa”. Davvero in un cavolo di paese del G8 c’è ancora bisogno di film che trattano l’omosessualità come una malattia solo per spiegare ai più che è sbagliato? E qui casca l’asino, o meglio lo Zalone, perché non solo l’Italia ne ha ANCORA orrendamente bisogno, ma questo film non lo spiega nemmeno! Si fa le grasse risate, come Outing, poi conclude “vabbè, abbiamo scherzato, cià”. Avendo riso mezza volta in 90 minuti, penso che la votazione come commedia ne derivi di conseguenza. Il livello medio del nostro amato Zalone è mediocre, le canzoni sono dieci volte peggio di quelle di Latte e i Suoi Derivati (non me ne vogliano) e arrangiate peggio della siglia di Bim Bum Bam del 1988. E c’è pure chi si disturba con paragoni con i pezzi musicali folli di Alberto Sordi! Cado dalle Nubi non è brutto né offensivo, peggio. E’ noioso, piatto, nato già vecchio e dopo soli dieci anni è già inguardabile. Un ottimo esordio.

5

IL PRIMO RE

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primo reIL PRIMO RE – 2019 – MATTEO ROVERE

Appena si è avuto notizia che il prossimo film di Rovere sarebbe stato incentrato sulla storia di Romolo e Remo, nonché recitato in latino antico, subito tutti a sbracciarsi e ad annunciare IL RITORNO DEL PEPLUM! Per gli spettatori più giovani: il Peplum è un genere tipicamente nostrano andato estinto decenni orsono, caratteristizzato da attoroni americani palestrati, oliati e a torso nudo nei panni di Maciste o Ercole in varie avventure. Robetta tipicamente d’intrattenimento che andava a riciclare set di altri film, destinata a un pubblico di pretese ridotte. Bene, il film di Rovere non ha proprio NULLA a che vedere col Peplum. Sembra più che altro un tentativo disperato di rivistare un mito classico latino con uno stile alla Zakk Snyder. Intendiamoci, non è una critica questa, perché oggettivamente il film funziona. Il cast è di buon livello, il girato è decisamente di qualità (i colori un po’ meno, ma transeat) e, soprattutto per la media dei film italiani, ha un approccio più ambizioso del solito. E non solo! Lo ha con gli strumenti giusti per affrontare il compito. Lo so, stento a crederci io stesso. In assenza di difetti tecnici da rilevare, quel che mi ha lasciato più perplesso è proprio la storia di Romolo e Remo in salsa Snyder. Innanzitutto il film non ha personaggi: al di là dei due fratelli, gli altri sono estremamente stereotipati e mere macchiette, non hanno neanche nomi quindi immagino l’intento fosse proprio quello. Secondo poi, le scene d’azione sono davvero troppo sopra le righe per l’epoca in cui si vorrebbe ambientare la storia; l’avrei capito su un film sui gladiatori, qui molto meno. Occhi cavati dalle orbite, sangue a fiotti, corpi trapassati da lance e spade in quantità. A che pro? Cioè, qual è il tipico pubblico italiano che va a vedere certe cose? Forse non è un prodotto per l’italia, va bene, ma proporre all’estero un film d’azione recitato in latino antico? Peggio mi sento. Insomma, soggettivamente non son rimasto entusiasta, però mi fa piacere confermare che Borghi possa portare un film pure da solo. Anche se questo farlo recitare in modalità toro scatenato mi inizia un po’ a stufare.

6

JOKER

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joker_ffJOKER – 2019 – TODD PHILIPS

Se su questo blog dovessi dare un voto alla validità dell’operazione commerciale, potrei anche chiudere qui la recensione con un bel 10. Quel che serviva nel 2019 per ridare validità critica alla DC/Marvel era un film che prendesse sul serio il cattivo più ridicolo della serie Batman. Naturalmente, non mancando di rivestirlo di una patina autoriale di tutto rispetto e con una gran performance attoriale. BOOM BABY! We’re in business! Eppure, non sono qui per quello, bensì per verificare se il film è stato di mio gradimento. E’ un discreto intrattenimento, Phoenix è sufficientemente in grado di portare avanti un film da solo, ma qui finiscono le note positive. La scopiazzatura a destra a manca di vari classici che esplorano la follia di un “narratore inaffidabile” è evidente fin dal primo minuto, non venendo mai elevata a qualcosa di più di “oh guarda Taxi Driver“. Ancora peggio la fatica immane che fa la storia per infilare riferimenti a Batman e la famiglia Wayne, specie in una storia che poteva tranquillamente respirare per proprio conto. Magari poteva starci come riferimento finale o scena post titoli di coda, invece no, Arthur deve necessariamente andare a molestare Bruce perché se non stabiliamo il contatto tra i due poi i fan si lamentano. Magari era meglio usare del tempo per sviluppare qualche personaggio secondario, invece di renderli tutti “cattivi egoisti”. Bisogna proprio andare a toccare tutti quei classici lati paraculi tipo “il poverino viene picchiato dalla società ingiusta”, “alla società non importa di gente come me”. E, ancora peggio, deve buttare nel water ogni minima sottigliezza narrativa in favore dello spiegare e mostrare tutto. Eviterò spoiler, ma una scena in particolare verso la fine è stata davvero fastidiosa e insultante per la mia intelligenza di spettatore. Capisco, però, che non sono il target medio di un’operazione commerciale del genere, bensì quella media di frustrati contro la società che vorrebbero tosto trovare qualcuno da incolpare. Al pubblico italiano, però, quello non interessa, qualcuno da incolpare noi ce l’abbiamo da quando nasciamo! Scherzi e sceneggiatura a parte, Joker non è malvagio. E poi, come si fa a resistere l’onnipresente “fatte na risata”?

6.5

ALMOST BLUE

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ALMOST BLUE – 2000 – ALEX INFASCELLI

All’epoca mi ricordo distintamente che si parlava del thriller di Infascelli come la risposta nostrana ai grandi thriller di oltreoceano. Era il nostro David Fincher, il nostro Jon Amiel, il nostro Jonathan Demme. Indubbiamente lo è, perlomeno se questi si fossero limitati a copiare altri registi senza avere un briciolo di originalità. Da allora so bene di quanto rapidamente Infascelli si sia bruciato la stima che godeva presso critica e pubblico, quindi le aspettative erano molto controllate pur approcciandomi al film con 20 anni di ritardo. Tristemente, posso confermare di non essere stato deluso più di tanto. Immagino che problema maggiore sia proprio l’aver messo un personaggio femminile protagonista, soprattutto per la ben nota incapacità degli sceneggiatori italiani a tracciarne uno decente. La povera ispettore Negro (oh razzista!) è negativa su ogni fronte: pavida, incapace della minima deduzione, ingenua e pure sessualmente aggressiva. Peggiorata ulteriormente da un’interprete di livello fiction canale 5 che ammoscia ancora di più una che non si sa se lo spettatore dovrebbe compatire o sperare che schiatti. Peccato perché il resto del cast non è malvagio: un bravo Santamaria che fa il cieco, Giallini sempre una garanzia e, per una volta, un serial killer davvero inquietante. Pare che il thriller italiano si sia scordato come fare i cattivi credibili dopo gli anni 80, devono sempre essere politici o cattolici di qualche tipo. Su quello Infascelli ci ha preso, peccato che la vicenda sia oltremodo annacquata, poco credibile e dai risvolti finali che esulano da tutte le indagini che abbiamo perso tempo a seguire. Non manca poi la classica scena dove la Negro e il suo compare si mettono a fare dettagliate deduzioni sul presunto colpevole, con l’originalissimo completarsi le frasi a vicenda. Mancava giusto uno “scopami!” a conclusione delle loro deduzioni. Tra l’altro, deduzioni che poi non hanno alcun seguito visto che, da lì, pare la sceneggiatura abbia esaurito i minuti della scheda telefonica e debba affrettarsi a concludere. Vabbè. Due elementi su tutti, però, scatenano in me furiosissmo sdegno. In primis, le citazioni continue da Fincher per un girato che, per quanto notevole nel piattume generale degli anni duemila, è talmente derivativo da risultare irritante. Ancora peggio la citazione diretta da Face/Off, con l’ispettore che fa lo stesso gesto di Cage e dice “strappa… la faccia!”. Pateticamente inaudito, roba da YouTuber moderno che gira un film con un budget di due buoni pasto dell’INPS. Vorrei poter dire che il thriller italiano potesse ancora vivere di fioca speranza almeno, nei primi duemila, ma Almost Blue dimostra esattamente che i problemi sono rimasti i medesimi. Sceneggiatura mediocre, interpreti sbagliati, scene inutili e questa malcelata arroganza di sottofondo che mi spinge a essere ancora più spietato del solito.

5

IL SIGNOR DIAVOLO

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IL SIGNOR DIAVOLO – 2019 – PUPI AVATI

Lo stato del cinema italiano nel 2019 può essere riassunto da due fattori di tutta evidenza nel film di Avati:

a) Rai Cinema e MIBAC finanziano, ergo paga mamma stato e checceefrega se il film a fine agosto nei cinema non lo vedrà nessuno;
b) Andrea Roncato è tra i migliori attori del film e non me ne voglia nessuno perché non è un’offesa nei suoi confronti.

Potremmo utilizzare il nostro tempo per tracciare illazioni su cosa sia andato storto nella lavorazione dell’ultimo (sperabilmente in tutti i sensi) horror di Avati. Penso il tempo si possa spendere in maniera più utile nel valutare come fare in casa il gelato al gusto di puffo.
Di certo il montaggio è alla bell’e’meglio, oltre all’apparente incompletezza di alcune scene. Oggettivamente, la sottotrama sentimentale ha qualcosa che non va, perché che uno professi “eterno amore e devozione” a una con cui ha scambiato due parole, non mi sembra molto sensato.
E qui, torniamo al buon Roncato.
Il regista romagnolo si è avvalso della collaborazione di vecchi amici e volponi come Alessando Haber (per una scena di due minuti) e Gianni Cavina. Come da previsione, sono solo questi a tenere a galla il livello recitativo, sugli altri c’è da piangere. La peggiore attrice è proprio l’infermiera, amore e devozione del nostro, pure lui mediocre, protagonista; sembra abbia problemi a formulare correttamente le frasi. Il cast è stato evidentemente selezionato con cura per la selezione delle facce giuste, l’unico fattore su cui si nota un certo impegno.
La ricostruzione storica fa acqua da tutte le parti: negli anni 50 in una cittadina veneta i contadini giravano con le laterne a olio eppure avevano tutti un furgone? Gente povera che parla un perfetto italiano, ma guarda caso, è ancora superstiziosa a mò di abitanti di Salem. Stendiamo poi un velo pietoso sulla pletora di accenti romagnoli in una cittadina veneta, tanto sarebbe come chiedere l’elemosina a un cadavere.
Registicamente il film langue su livelli da Fiction Rai bruttina, un televisivo mediocre che non sarebbe accettabile nemmeno su “Cielo”. I due effetti speciali in croce sono pure in CGI perché oh, non ci siamo impegnati in niente, ora ti pare che dobbiamo farlo per quello? Arriviamo dunque alla vicenda in sé. Spiegata male e dai risvolti frastagliati, con un ritmo coinvolgente finché si sta nella mezz’ora di flashback, poi acquoso e vacuo proprio quando c’è bisogno di spinta. Il finale? Ho letto di colpo di scena telefonato, per me non c’è stato nemmeno. Mi sono accorto che è finito perché sono partiti i titoli di coda. La vicenda era talmente inutile e patetica nel tentativo di rendersi intrigante a tutti i costi che è finita con l’essere meno interessante di sapere che fine fa Sally Spectra in Beautiful.
Vorrei concludere almeno con una nota positiva ma non so davvero che cosa potrei mai trovare. Ah sì, almeno dura meno di 90 minuti. Yuppi!

5

COMMUNION

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comm.PNGCOMMUNION – 1989 – PHILIPPE MORA

Quando leggo il nome di Philippe Mora dietro alla macchina da presa, so già che mi aspetterà un’esperienza alquanto peculiare e, ovviamente, non sono stato affatto deluso neanche stavolta. D’altronde, un film con protagonista Christopher Walken nei panni di uno scrittore che inizia a comportarsi in maniera “aliena” già prima di avere visite… che piatto ricco! Insomma, il nostro si reca con la famiglia in una baita immersa nel bosco e riceve la prima visita dagli alieni; la seconda avviene qualche tempo dopo, ma stavolta il nostro viene proprio rapito, nonché violato analmente e tutte le classiche cose da visita dagli UFO. Da lì in poi, stranamente il film inizia a rallentare il ritmo, con Walken che fa la spola tra vari dottori e si fa ipnotizzare per capire se è davvero fuori di testa oppure se c’è della verità in quel che ha visto. Alla fine del film, fa un’altra visita agli alieni e lì le cose diventano completamente folli per un’ultima volta, roba da bar di Mos Eisley. Che meraviglia. Mi è perfino difficile descrivere la recitazione di Walken; nella prima mezz’ora è come se recitasse male e bene allo stesso tempo, come se non fosse per nulla un essere umano ma ci stesse provando. Da lì in poi, compie un lento ritorno alla normalità e la sua recitazione diventa effettivamente di buon livello, ma siccome l’intero film è sulle sue buone spalle, il ritmo fiacca e ci si comincia ad annoiare. Probabilmente fermare la durata intorno ai 95 minuti avrebbe aiutato. Ho parlato solo di Walken, ma non dimentichiamo che c’è anche la brava Lindsay Crouse (già vista in House of Games di David Mamet) che non sfigura affatto, anche se ha alcune scene in cui reagisce in maniera alquanto strana alle follie del maritino. Il bambino è… uhm… decente? Non so, a volte sembra che voglia disperatamente fare il bravo attore e diviene irritante. Alla fine, Communion è un film più che guardabile con risvolti intriganti oltre la mera stranezza; il fatto che Christopher sfoggi una recitazione fuori da ogni canone diventa proprio la forza del film. Più il nostro spinge il pedale della stranezza e le scene lo assecondano, più lo spettatore ci si diverte, sicché io stesso non posso proprio lamentarmi.

6.5

I DIAVOLI

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devils.PNGTHE DEVILS – 1971 – KEN RUSSELL

Per lo spettatore moderno il dubbio che questo film sia stato davvero prodotto dalla Warner Bros è pienamente legittimo: gli enormi set, le coraggiose scelte di tonalità e le scene piene di sangue, sesso e bocacceschi deliri. D’altronde, gli anni 70 erano quel periodo magico in cui enormi somme di denaro venivano date a registi con delle visioni talmente estreme e non commerciali, da renderlo quasi incredibile oggi. E sì, The Devils è proprio quel calderone di follia e sesso blasfemo che ci si aspetta da un nome come Ken Russell, la narrativa incentrata sulla parabola di Urbain Grandier. Questi era una di quelle rare figure cattoliche che lottavano sia contro il Papa che contro il Re, per difendere la sua città oltre alla propria posizione di potere, ovviamente. Altrettanto ovviamente, il film si prende parecchie libertà nel raccontarci “la vera storia”, ma d’altronde penso che nessuno sia qui per l’accuratezza storica, no? Siamo qui invece per vedere i risultati del lavoro di Derek Jarman sui set, quella sua unica abilità di trascendere il periodo storico con l’aggiunta di piccoli moderni dettagli che immergono il tutto in un’atmosfera sostanzialmente sospesa nel tempo. Oliver Reed è senza freni, tenendo fede alla sua fama di persona non molto facile con cui lavorare, inizia come un maschilista pervertito che non disdegna di portarsi a letto ogni essere femminile che gli si para innanzi, a una figura di vero martire, capace di ignorare dolore e torture per salvare la sua gente. La colonna sonora è tremendamente contemporanea, con un utilizzo di strumenti che la rende quasi borderline “noise”, perfetto accompagnamento per la follia delle scene collettive. Sono 110 minuti di pervertite delizie, recitazioni fuori controllo (la Redgrave pure fa del suo meglio tra strilli indemoniati e stracciamento di vesti), Reed che naviga lungo l’intero spettro delle emozioni umane. La piccola città francese diventa lo scenario per una tragedia senza tempo con i tipici immortali difetti umani: corruzione, sesso, potere, bugie e religione.

7.5

MORDI E FUGGI

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mor.PNGMORDI E FUGGI – 1973 – DINO RISI

Come sappiamo, gli anni 70 non sono stati il periodo migliore per Risi (o per il cinema italiano, eccetto quello di genere), dunque è prevedibile che un prodotto come Mordi e Fuggi possa risultare frustrante ma anche pieno di potenzialità inespresse. Prendendo una pagina in prestito da Cani Arrabbiati, troviamo il solito affidabile Mastroianni nei panni dell’industrialotto fesso con amante ventenne al seguito, i due vengono rapiti da un trio di criminali comunisti comandati da Oliver Reed, doppiato da Adolfo Celi oltretutto. Il cast è abbastanza capace e soddisfacente, pur non brillando da nessuna parte. Lì dove il regista non sbaglia, ovviamente, è nel dipingere una società italiana già allo sbando, dove la rivolta comunista non sembra più avere alcun senso e gli operai sono tutti borghesucci che vogliono la macchina e la casa al mare. Se, quindi, il contorno “sociale” si è ben invecchiato, diversi problemi si riscontrano nella storia principale, mancante di tensione come “crime story” e di coinvolgimento emotivo quando tenta di fare altro. Innanzitutto il comportamento stesso dei rapinatori ha spesso poco senso, a volte sono furbissimi, altre compiono errori marchiani che sembrano quasi manifestare volontà di farsi beccare. La sceneggiatura ripiega poi su alcune soluzioni estremamente prevedibili: che l’amante di Mastroianni finisse a letto con il capo della band l’avevo previsto praticamente dopo venti minuti. Ben più originale sarebbe stato se Marcello l’avesse trovata a letto con la bisessuale Sylvia, interpretata da Nicoletta Machiavelli; quest’ultima sicuramente il personaggio più interessante, ma poco dettagliato dalla sceneggiatura. Il menzionato capo dei rapinatori pure lascia qualche grattacapo, non sembra che si voglia dipingerlo in maniera positiva, però il film gliene lascia vincere parecchie, pure se la fine che lo aspetta sarà violenta. E a questo proposito, sono stati girati due finali, quello classico dove la polizia mitraglia i rapinatori e fa fuori pure il nostro povero industriale e un altro dove invece questi si salva, ma sono riuscito a trovarlo solo in russo e quindi non so i dialoghi finali cosa aggiungano. Come finale amaro sicuramente ha senso, d’altronde qui non si salva davvero nessuno, nemmeno la polizia che sembra faticare e boccheggiare per resistere un minimo a tre rapinatori malorganizzati che si spacciano per militanti politici. Mordi e Fuggi resta un capitolo interessante nella carriera di Risi, strappa ancora qualche risata ma è portatore di un messaggio confuso e la sua prevedibilità non gioca a favore del suo status di “gemma nascosta”. Per dirne una, In nome del popolo italiano riusciva in maniera molto più netta e velenosa come critica alla società italiana tout court. Una cosa però va detta, almeno una versione in DVD la meriterebbe!

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