BENVENUTO CARO PUBBLICO

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Ho aperto questo blog a fine 2015, con l’intento di riversare quante più recensioni possibili ed educarmi quotidianamente allo scrivere i miei pensieri sulle visioni cinematografiche che, all’epoca, erano davvero fuori controllo, specialmente come quantità. Sono molto altalenante con la quantità dei film che vedo, a volte arrivo anche a vederne quattro al giorno, altre volte faccio pausa per settimane.

L’obiettivo di questo blog è di recensire titoli, vecchie e nuove visioni insieme, più vari approfondimenti con una media di cinque aggiornamenti settimanali, almeno.
Ne vedrete delle belle e anche, perché no, delle brutte.

Seguitemi anche su facebook per avere la vostra dose di meme (memi?!?), immagini cinematografiche che ritengo interessanti più qualche ignobile puttanata da condividere con gli amici.

Il Gerliotti

TOLO TOLO

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TOLO TOLO – 2019 – CHECCO ZALONE

Ho visto l’intera filmografia di Zalone. Parole che non avrei mai pensato di scrivere in vita mia, ma a quanto pare è realmente avvenuto. Tolo Tolo è sicuramente il film meno ritagliato sui gusti del solito pubblico di Medici, dunque ecco che il colto spettatore italiano si lancia in immancabili commenti ripetuti ad nauseam: “potrebbe non piacere ai suoi fan”, “farà arrabbiare il buonista con la scopa nel sedere o il salviniano di turno”. Personalmente, ne ho avuto il medesimo effetto di tutti i suoi film: noia, tedio e imbarazzo. Inutile che ci giriamo intorno, questo non è un nuovo Luca Medici con un rinnovato straordinaro linguaggio cinematografico, è semplicemente Zalone che cavalca l’argomento di moda, come ha sempre fatto in passato. Solo che stavolta ci spende 20 milioni di euro – tanto ci pensa lo Stato a dargli un po’ di soldini, ci mancherebbe – per un girato talmente brutto e montato male che mi sento quasi in colpa ad aver parlato male di Bagnomaria di Panariello che sarà costato diecimila lire. Bisogna però essere onesti, Zalone qui si limita un po’ e lascia spazio ad altri attori, molto migliori di lui, spesso impegnati in una recitazione al limite del drammatico che stona orrendamente in un film scritto così male. Certo, c’erano forse dubbi? La sceneggiatura è il lato peggiore dell’intera operazione, che sorpresa eh? In Tolo Tolo succedono pochissime cose, eppure talmente confuse e malamente scritte che ho capito poco e niente. Prima il nostro scappa dall’Italia per l’Africa, deciso a non volerci mai più tornare, sembra successivamente cambiare idea, poi infine arrendersi al fatto che non c’è alternativa (boh?). Quando finalmente sbarca sul suolo patrio la sceneggiatura sembra essersi dimenticata che era ricercato dai tribunali, quindi non si vedono conseguenze, a parte un abbraccio tra le sue ex mogli che non si sa che dovrebbe significare. Si nota facilmente la mano esperta di Paolo Virzì nella sceneggiatura, non v’è dubbio. Poco dopo metà, Zalone e i suoi amici accompagnano un documentarista francese a un “campo di prigionia” in Africa. Vengono fermati da un gruppo di estremisti (?) e si scopre che, ommioddio, uno degli amici di Checco li ha traditi! Sì ma… erano ricercati? Da chi? Quando? E quindi i nostri finiscono in… un campo di prigionia. Ma non era quella l’idea dall’inizio? Una sequenza ormai famigerata è quella – ripetutta – in cui il nostro viene rapito da “i richiami del fascismo”, la mascella gli si indurisce e sente la voce del duce. E come si combatte il fascismo? Con l’amore ovvio! Perché il fascismo è dentro ognuno di noi, ovviamente non s’impara. Sono comunque gli ultimi tre minuti che davvero mettono la parola “fine” (o forse un’altra non pubblicabile) alla mia esperienza Zaloniana: un numero musicale in cui il nostro incolpa una cicogna “zoccola” per il fatto di nascere in Africa. Praticamente Zalone è quello che ti si avvicina con una pletora di battute sgradevoli e non divertenti, ma te le fa strizzando l’occhiolino quindi ne è ben consapevole! E se non ridi, sei tu che hai la scopa nel sedere, non è assolutamente possibile che sia lui che, dopo cinque film, abbia portato il suo livello di comicità nei bassifondi.  Ho notato, tra l’altro, che Medici abbia preso l’occasione per aggiornare i suoi riferimenti pop culturali: la sigla di “Ok Il prezzo è giusto”, la testata di Zidane e “Garramba” (he he racism) che sorpresa. Quindi insomma, mi pare chiaro che il range di età del pubblico del nostro comico più famoso (bleurgh) si attesti su 30-50, non uno di più, non uno di meno. Per concludere, Tolo Tolo è il peggior film di Zalone: non fa ridere, è montato da schifo, girato peggio, s’imbarca in imbarazzanti messaggi sociali e probabilmente puzza pure di cipolla.

4.5

SICILIAN GHOST STORY

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Sicilian_Ghost_StorySICILIAN GHOST STORY – FABIO GRASSADONIA, ANTONIO PIAZZA

L’intenzione di narrare una tragica – e, ahimé vera – storia di mafia con l’afflato di un amore pre-adolescenziale, l’ho trovata apprezzabile. Se lo mettiamo insieme a un girato di buona qualità, su questo gli italiani non deludono mai, finisce quanto di positivo ho da dire sul progetto di Grassadonia e Piazza. Un approccio coraggioso del genere, su un fatto di cronaca orrendo che ben ricordiamo, meriterebbe una scrittura attenta, abile a ritenere gli elementi giusti e astenersi lì ove necessario. Non conosco il libro da cui è tratto il film, né son andato a ricercare i dettagli di cronaca, ma anche pensando che gli eventi in Sicilian Ghost Story siano inventati di sana pianta, i problemi narrativi si presentano in fretta. A parte l’ovvia considerazione che voler basare un film di due ore su un rapporto sentimentale che vediamo per meno di venti minuti, mostra il fianco a tutta una serie di critiche, c’è ben altro. Sicilian Ghost Story perde minuti e minuti nell’affastellare scene oggettivamente inutili mettendo al centro personaggi superficialmente scritti e recitati da attori, più o meno comprensibilmente, alle prime armi. Con l’esclusione della protagonista e del bimbo vittima del rapimento, gli adulti del film son interscambiabili, peccato che la sceneggiatura si preoccupi di aggiungere dettagli di dubbia utilità. Per esempio, la nostra protagonista ha una madre svizzera che si comporta come una qualsiasi altra siciliana. Cosa aggiunge questo alla narrativa? Le mie note mi dicono… “nulla”. In una scena la vediamo che piange dentro la sauna, ne scopriremo mai il motivo? No. Scopriamo che il padre, siciliano, non apprezza il cibo della moglie e provvederà a buttare tutto, in una scena di quasi cinque minuti. Un dettaglio completamente superfluo. La bimba, verso la fine, litiga con la sua migliore amica, ma anche questo non avrà nessuna conseguenza effettiva. Siccome, mi par d’intuire che il nucleus della storia volesse essere il rapporto sentimentale, forse tutti questi minuti potevano esser usati per approfondire il rapporto tra i due ragazzini, magari pre-rapimento? L’altra porta che il film prende in faccia è con le sequenze oniriche, ci fosse stata l’intenzione di alleggerire il carico con una narrazione “Gondry all’italica manera”, avrei applaudito il coraggio, ma si sceglie la pessima via mediana di alternare pseudorealistiche sequenze oniriche alla realtà. Così, per buona parte del minutaggio, non si capisce cosa dovrebbe è immaginato e cosa no, il che, se non stessimo trattando di una vicenda realmente accaduta, potrebbe anche andare bene, ma così mi pare offensivo. L’insulto più grande arriverà proprio sul finale, un tragico happy end, scelta inspiegabile che tradisce definitivamente quel potenziale coraggio di cui ho accennato. Sembra quasi ricordare quei tempi in cui gli americani cambiavano i finali del film italiani, perché troppo tristi. Di nuovo, qualcuno potrebbe arrivare ad affermare che il finale positivo è anch’esso un sogno. Certo, allora non è la stessa vita un sogno? Magari sto solo sognando di aver visto Sicilian Ghost Story e non ho davvero buttato via due ore. Magari…

5.5

FAVOLACCE

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favolaFAVOLACCE – 2020 – DAMIANO D’INNOCENZO, FABIO D’INNOCENZO

Il cinema italiano contemporaneo trova sempre nuovi originali modi di mettere a dura prova la mia già limitata pazienza. Non pago di essermi sorbito Zalone che si butta sulla critica sociale, ora arrivano pure i fratelli D’Innocenzo, che a giudicare dalle loro foto si sentono molto Cohen, a guadagnarsi un premio al festival di Berlino per la migliore sceneggiatura. La notizia produce in me un certo rigurgito ironico, visto che è l’unica cosa che non riesco ad approvare neanche da lontano, ma d’altronde i soldini MibacT dobbiamo pure giustificarli in qualche modo. Il nesso del film è “genitori escrementizi non meritano i figli che hanno”, concetto già visto e rivisto, arricchito da una soluzione narrativa finale che sembra uscire da The Virgin Suicides. Peccato, però, che la comparazione tra Coppola e i D’Innocenzo finisca qui, visto che Favolacce non è interessato a presentare delle persone, bensì delle macchiette. Tutti i personaggi maschili di Favolacce sono oltremodo sgradevoli, ma non realisticamente né originalmente tali, solo una pletora di romanacci sboccati che biascicano dialoghi incomprensibili tra cui “fa li gnocchi cor culo” e “ridi su stocazzo”. I personaggi femminili non sono pervenuti, i bambini parlano tutti senza accento romano e si comportano come fossero appena usciti da Il Tempo delle Mele.  Questa tendenza a voler parlare di problemi familiari senza preoccuparsi di scrivere dei personaggi credibili, naturalmente, toglie ogni portata drammatica alla narrazione. La storia dei bambini che si fanno traviare dal professore per ribellarsi alle loro famiglie finisce, dunque, con l’essere estremamente grottesca, inspiegabilmente ambientata in una periferia romana sospesa in un perenne buco temporale anni ‘80. Eppure, nonostante anche un girato filtrato retrò, troviamo smartphone, l’euro e un preciso riferimento a Meneguzzi, quindi siamo dopo il 2005. Quindi, vorrebbe essere preso come una “favola nera” e allo stesso tempo sciorinare precisi riferimenti temporali, oltretutto futili ai sensi della trama? Il girato pure è oltremodo discutibile, con continui primi piani su sbilenchi sorrisi, volendo goffamente richiamare lo stile indie americano di metà anni 2000. Problema è che titoli come Gummo, pur non avendo una effettiva parabola narrativa, erano scritti con precisa cognizione di causa e senza mai lasciare il polso del realismo, anche quando non era necessario. A Favolacce palesemente non interessa raccontare una storia credibile, né tantomeno qualcosa di emotivo. E’ un minestrone di intenzioni vacue, di personaggi macchiette, di riferimenti sessuali continui che non servono a nulla. Non è nemmeno così detestabile da farmi inalberare, bensì solo inutile e dimenticabile.

5

PARASITE

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ParasitePARASITE – 2019 – BONG JOON-HO

La maestria di Bong Joon-ho è nel non far mai capire allo spettatore quale sarebbe la metodologia con cui affronta ogni suo film. Nonostante Snowpiercer (che ammetto non mi ha fatto strappare i capelli) e The Host siano stati successoni di pubblico in Corea, non penso che guardandoli si potrebbe ammettere che trattasi di “blockbuster” dal gusto commerciale. La linea tratteggiata da Joon-ho nel realizzare un’indipendenza in salsa mainstream è stata faticosamente guadagnata solo dopo anni di carriera. E non sempre andata a segno, in ogni caso. Con Parasite probabilmente la spinta è più verso il film indipendente, anche se il successo agli oscar sembrerebbe proprio raccontare ben altra storia. Il sottinteso “niente è ciò che sembra” si applica non solo alla storia e all’intenso racconto di due classi sociali che s’intersecano e scontrano, ma anche alla realizzazione dello stesso film. Mai avrei pensato che la villa, snodo principale dell’intera narrativa, fosse in realtà un set costruito con estrema cura per i dettagli. Nonostante la barocca narrativa di Memories of Murder lo rendesse uno dei miei film coreani preferiti degli ultimi anni, credo che Parasite riesca superarlo come portata drammatica. E’ una storia di ampio respiro che fa ridere, emozionare e anche commuovere alla fine, senza tralasciare l’estrema cura per i dettagli. Mostrare i lati più sensibili degli esseri umani, di come le debolezze possano diventare la nostra forza e, ovviamente, viceversa. Nonostante fin quasi alla fine non sembra presente il solito modo estremo di sentire coreano, Joon-ho non si smentisce e la mazzata non tarderà a far capolino. Un ritmo gestito in maniera sopraffina, un cast – come da attese – di prim’ordine e un’opera che aumenta con ogni successiva visione. Per una volta, è il caso di dirlo, un oscar come miglior film davvero meritatissimo.

8.5

DRACULA (2020)

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draculaDRACULA – 2020 – PAUL MCGUIGAN/JONNY CAMPBELL/DAMON THOMAS

Non è mio costume recensire serie Netflix, eppure siamo già alla seconda eccezione quando c’è di mezzo il vampiro più famoso della letteratura. Che vorrà dire? La serie, in tre parti di durata superiore ai 100 minuti, si pone l’obiettivo di rivisitare il mito del Conte, partendo sì dal libro ma con abbondanza di voli pindarici. Prendere dei personaggi letterari e cambiarne ruolo e utilità mi ha sempre riempito di perplessità, ma per la serie è cosa quotidiana. Jack Seward cambia età, professione e periodo storico, non c’entra più niente con l’istituto psichiatrico o tantomeno con Renfield. Ancora, quale sarebbe l’utilità di rendere Van Helsing una suora o inserire Mina Harker per una parte minima? Domande del genere sono all’ordine del minuto per la serie Dracula, la quantità di scelte illogiche è eccessiva per la mente umana. La prima puntata è sicuramente la migliore, una rivisitazione intrigante del rapporto tra Jonathan Harker e Dracula che, ahimé, si conclude a metà episodio. Troppo spazio viene lasciato allo scontro tra il convento di suore e il Conte che si trasforma in lupo, per la prima e ultima volta perché l’effetto costava troppo, immagino. Dialoghi noiosi, continue battutine che strizzano l’occhio allo spettatore in stile Dracula Morto e Contento ed effetti speciali mediocri. La seconda puntata, interamente ambientata sulla nave, fa scelte ancora più peculiari ma almeno si discosta notevolmente dal libro inserendo personaggi nuovi, quindi nessun problema. Infila però una serie di decisioni narrative discutibili, tra cui un rapporto omosessuale a malepena abbozzato e buttato lì, immagino solo per la quota LGBT. Le scenografie sono orrendamente ripetitive, due ore di sola nave finiscono con mettere il riflettore su dialoghi non particolarmente brillanti, anche se meno imbecilli della prima puntata. Nel finale si vede il nostro vampiretto che arriva nella Londra moderna e già appesta l’aria la puzza di netta virata verso il peggioramento. E infatti sulla terza puntata il numero di scelte illogiche e trame buttate a capocchia arriva al culmine. Il problema peggiore è il personaggio di Lucy, elevata a moglie perfetta di Dracula ma trattata in maniera estremamente disinteressata dal nostro. Nel momento in cui questi potrebbe mandare un esercito per preservarne il cadavere, se ne frega e lo lascia al suo destino. A cosa servivano tutti quei discorsi precedenti sulla cremazione, non si sa. Il già citato Jack Seward diventa un pupazzetto con pochissimi dialoghi, usato solo per il necessario “rapporto amoroso infelice” con Lucy, nonostante i due non si siano mai parlati per l’intera puntata. Ancora peggio, la fondazione Jonathan Harker dove lavora la discendente della Van Helsing: non se ne capisce l’utilità, gli obiettivi né tantomeno a cosa alludano i fantomatici “fondi di dubbia provenienza”. Né capisco cosa mai dovrebbe fregare allo spettatore o cosa c’entri Dracula con le loro ricerche sulle malattie… Ok mi era meglio non farsi domande, chiedo venia. Il finale poi, lasciamo stare, la trovata delle “banalità vampiresche” che vengono tramandate dallo stesso Dracula e in cui poi lui stesso crederebbe? Prodotto di un dodicenne che ha superficialmente letto Anne Rice e poi ha tentato di spiegarlo a qualcuno. Insomma, cosa fa di buono Dracula per avermi convinto a vederlo comunque per intero? Come detto, nelle prime due puntate di spunti interessanti ce ne sono molti, controbilanciati da una serie di scelte crescentemente illogiche che culminano in una terza puntata oggettivamente pessima. La recitazione pure è generalmente di buon livello, Claes Bang riesce bene a bilanciare sarcasmo e serietà, certo meritava dialoghi migliori. Ora ci vuole per forza una seconda stagione ambientata su Marte!

5.5

CADO DALLE NUBI

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CADO DALLE NUBI – 2009 -GENNARO NUNZIANTE

All’alba dell’enorme successo al botteghino di Luca Medici in versione grande divulgatore dei difetti dell’italiano medio (ma non c’era già Maccio Capatonda?) con la destra pronta ad accoglierlo (ma ingannataaaaaa!), la sinistra non sa che pesci pigliare (al solito), l’italiano medio s’indigna… Le solite superflue dietrologie del mondo dello spettacolo nostrano, a me quel che interessa è: un ex Zelig potrà mai essere meglio della media della pessima comicità che gira da anni nel panorama italico? Ovviamente no. Intendiamoci, se dobbiamo paragonarlo allo scavare il triplo fondo del Boldiano barile di scorregge e molestie sessuali sì ok, ma è davvero quello il metro di riferimento? Ci detestiamo a tal punto? L’esordio cinematografico del comico pugliese è naturalmente sulla falsariga delle sue comparse nel programma comico di Mediaset. CHE-COZZALONE (he he!) è un personaggio semi analfabeta, irrispettoso degli spazi altrui, mentalmente fermo aglli anni ’50 e irrimediabilmente cafone. Però… No, niente però, è quello e basta. Per la solita magia della sceneggiatura italiana scritta con i piedi, questo personaggio, che nella realtà nessuno vorrebbe nemmeno incrociare eccetto i suoi simili, in Cado dalle Nubi esce vincitore. Dopo, ovviamente, le immancabili peripezie: incontri con la lega nord, litigate con la comunità omosessuale, tizie che non ricambiano il suo amore. Tutto magicalmente si risolverà e troverà il successo e la felicità. Ma voi direte, caro Gerliotti, di sicuro nel film la classica parabola di redenzione dell’imperfetto protagonista è preminente. E in effetti, cari piccoli lettori, quello mi aspettavo; arrivato alla fine mi sono reso conto che la parabola non c’è mai stata. Zalone si trasferisce a Milano in cerca di fortuna, ospitato dal cugino omosessuale che vive col compagno e, dopo 30 secondi, inizia a sciorinare gli immancabili insulti omofobi. Alla fine, però, si opera per riappacificare la coppia gay perché… boh? Non ne ho idea. Niente di quanto accaduto nell’ora e mezza trascorsa fa capire cosa abbia reso più civile il nostro. “E’ così e basta, fidatevi” come da migliore tradizione delle nostrane sceneggiature. Mi fa anche ridere che nel 2009 ho letto recensioni che riferiscono come Nunziante e Medici “trattino l’argomento omosessuale in maniera delicata e spiritosa”. Davvero in un cavolo di paese del G8 c’è ancora bisogno di film che trattano l’omosessualità come una malattia solo per spiegare ai più che è sbagliato? E qui casca l’asino, o meglio lo Zalone, perché non solo l’Italia ne ha ANCORA orrendamente bisogno, ma questo film non lo spiega nemmeno! Si fa le grasse risate, come Outing, poi conclude “vabbè, abbiamo scherzato, cià”. Avendo riso mezza volta in 90 minuti, penso che la votazione come commedia ne derivi di conseguenza. Il livello medio del nostro amato Zalone è mediocre, le canzoni sono dieci volte peggio di quelle di Latte e i Suoi Derivati (non me ne vogliano) e arrangiate peggio della siglia di Bim Bum Bam del 1988. E c’è pure chi si disturba con paragoni con i pezzi musicali folli di Alberto Sordi! Cado dalle Nubi non è brutto né offensivo, peggio. E’ noioso, piatto, nato già vecchio e dopo soli dieci anni è già inguardabile. Un ottimo esordio.

5

IL PRIMO RE

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primo reIL PRIMO RE – 2019 – MATTEO ROVERE

Appena si è avuto notizia che il prossimo film di Rovere sarebbe stato incentrato sulla storia di Romolo e Remo, nonché recitato in latino antico, subito tutti a sbracciarsi e ad annunciare IL RITORNO DEL PEPLUM! Per gli spettatori più giovani: il Peplum è un genere tipicamente nostrano andato estinto decenni orsono, caratteristizzato da attoroni americani palestrati, oliati e a torso nudo nei panni di Maciste o Ercole in varie avventure. Robetta tipicamente d’intrattenimento che andava a riciclare set di altri film, destinata a un pubblico di pretese ridotte. Bene, il film di Rovere non ha proprio NULLA a che vedere col Peplum. Sembra più che altro un tentativo disperato di rivistare un mito classico latino con uno stile alla Zakk Snyder. Intendiamoci, non è una critica questa, perché oggettivamente il film funziona. Il cast è di buon livello, il girato è decisamente di qualità (i colori un po’ meno, ma transeat) e, soprattutto per la media dei film italiani, ha un approccio più ambizioso del solito. E non solo! Lo ha con gli strumenti giusti per affrontare il compito. Lo so, stento a crederci io stesso. In assenza di difetti tecnici da rilevare, quel che mi ha lasciato più perplesso è proprio la storia di Romolo e Remo in salsa Snyder. Innanzitutto il film non ha personaggi: al di là dei due fratelli, gli altri sono estremamente stereotipati e mere macchiette, non hanno neanche nomi quindi immagino l’intento fosse proprio quello. Secondo poi, le scene d’azione sono davvero troppo sopra le righe per l’epoca in cui si vorrebbe ambientare la storia; l’avrei capito su un film sui gladiatori, qui molto meno. Occhi cavati dalle orbite, sangue a fiotti, corpi trapassati da lance e spade in quantità. A che pro? Cioè, qual è il tipico pubblico italiano che va a vedere certe cose? Forse non è un prodotto per l’italia, va bene, ma proporre all’estero un film d’azione recitato in latino antico? Peggio mi sento. Insomma, soggettivamente non son rimasto entusiasta, però mi fa piacere confermare che Borghi possa portare un film pure da solo. Anche se questo farlo recitare in modalità toro scatenato mi inizia un po’ a stufare.

6

JOKER

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joker_ffJOKER – 2019 – TODD PHILIPS

Se su questo blog dovessi dare un voto alla validità dell’operazione commerciale, potrei anche chiudere qui la recensione con un bel 10. Quel che serviva nel 2019 per ridare validità critica alla DC/Marvel era un film che prendesse sul serio il cattivo più ridicolo della serie Batman. Naturalmente, non mancando di rivestirlo di una patina autoriale di tutto rispetto e con una gran performance attoriale. BOOM BABY! We’re in business! Eppure, non sono qui per quello, bensì per verificare se il film è stato di mio gradimento. E’ un discreto intrattenimento, Phoenix è sufficientemente in grado di portare avanti un film da solo, ma qui finiscono le note positive. La scopiazzatura a destra a manca di vari classici che esplorano la follia di un “narratore inaffidabile” è evidente fin dal primo minuto, non venendo mai elevata a qualcosa di più di “oh guarda Taxi Driver“. Ancora peggio la fatica immane che fa la storia per infilare riferimenti a Batman e la famiglia Wayne, specie in una storia che poteva tranquillamente respirare per proprio conto. Magari poteva starci come riferimento finale o scena post titoli di coda, invece no, Arthur deve necessariamente andare a molestare Bruce perché se non stabiliamo il contatto tra i due poi i fan si lamentano. Magari era meglio usare del tempo per sviluppare qualche personaggio secondario, invece di renderli tutti “cattivi egoisti”. Bisogna proprio andare a toccare tutti quei classici lati paraculi tipo “il poverino viene picchiato dalla società ingiusta”, “alla società non importa di gente come me”. E, ancora peggio, deve buttare nel water ogni minima sottigliezza narrativa in favore dello spiegare e mostrare tutto. Eviterò spoiler, ma una scena in particolare verso la fine è stata davvero fastidiosa e insultante per la mia intelligenza di spettatore. Capisco, però, che non sono il target medio di un’operazione commerciale del genere, bensì quella media di frustrati contro la società che vorrebbero tosto trovare qualcuno da incolpare. Al pubblico italiano, però, quello non interessa, qualcuno da incolpare noi ce l’abbiamo da quando nasciamo! Scherzi e sceneggiatura a parte, Joker non è malvagio. E poi, come si fa a resistere l’onnipresente “fatte na risata”?

6.5

ALMOST BLUE

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ALMOST BLUE – 2000 – ALEX INFASCELLI

All’epoca mi ricordo distintamente che si parlava del thriller di Infascelli come la risposta nostrana ai grandi thriller di oltreoceano. Era il nostro David Fincher, il nostro Jon Amiel, il nostro Jonathan Demme. Indubbiamente lo è, perlomeno se questi si fossero limitati a copiare altri registi senza avere un briciolo di originalità. Da allora so bene di quanto rapidamente Infascelli si sia bruciato la stima che godeva presso critica e pubblico, quindi le aspettative erano molto controllate pur approcciandomi al film con 20 anni di ritardo. Tristemente, posso confermare di non essere stato deluso più di tanto. Immagino che problema maggiore sia proprio l’aver messo un personaggio femminile protagonista, soprattutto per la ben nota incapacità degli sceneggiatori italiani a tracciarne uno decente. La povera ispettore Negro (oh razzista!) è negativa su ogni fronte: pavida, incapace della minima deduzione, ingenua e pure sessualmente aggressiva. Peggiorata ulteriormente da un’interprete di livello fiction canale 5 che ammoscia ancora di più una che non si sa se lo spettatore dovrebbe compatire o sperare che schiatti. Peccato perché il resto del cast non è malvagio: un bravo Santamaria che fa il cieco, Giallini sempre una garanzia e, per una volta, un serial killer davvero inquietante. Pare che il thriller italiano si sia scordato come fare i cattivi credibili dopo gli anni 80, devono sempre essere politici o cattolici di qualche tipo. Su quello Infascelli ci ha preso, peccato che la vicenda sia oltremodo annacquata, poco credibile e dai risvolti finali che esulano da tutte le indagini che abbiamo perso tempo a seguire. Non manca poi la classica scena dove la Negro e il suo compare si mettono a fare dettagliate deduzioni sul presunto colpevole, con l’originalissimo completarsi le frasi a vicenda. Mancava giusto uno “scopami!” a conclusione delle loro deduzioni. Tra l’altro, deduzioni che poi non hanno alcun seguito visto che, da lì, pare la sceneggiatura abbia esaurito i minuti della scheda telefonica e debba affrettarsi a concludere. Vabbè. Due elementi su tutti, però, scatenano in me furiosissmo sdegno. In primis, le citazioni continue da Fincher per un girato che, per quanto notevole nel piattume generale degli anni duemila, è talmente derivativo da risultare irritante. Ancora peggio la citazione diretta da Face/Off, con l’ispettore che fa lo stesso gesto di Cage e dice “strappa… la faccia!”. Pateticamente inaudito, roba da YouTuber moderno che gira un film con un budget di due buoni pasto dell’INPS. Vorrei poter dire che il thriller italiano potesse ancora vivere di fioca speranza almeno, nei primi duemila, ma Almost Blue dimostra esattamente che i problemi sono rimasti i medesimi. Sceneggiatura mediocre, interpreti sbagliati, scene inutili e questa malcelata arroganza di sottofondo che mi spinge a essere ancora più spietato del solito.

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IL SIGNOR DIAVOLO

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IL SIGNOR DIAVOLO – 2019 – PUPI AVATI

Lo stato del cinema italiano nel 2019 può essere riassunto da due fattori di tutta evidenza nel film di Avati:

a) Rai Cinema e MIBAC finanziano, ergo paga mamma stato e checceefrega se il film a fine agosto nei cinema non lo vedrà nessuno;
b) Andrea Roncato è tra i migliori attori del film e non me ne voglia nessuno perché non è un’offesa nei suoi confronti.

Potremmo utilizzare il nostro tempo per tracciare illazioni su cosa sia andato storto nella lavorazione dell’ultimo (sperabilmente in tutti i sensi) horror di Avati. Penso il tempo si possa spendere in maniera più utile nel valutare come fare in casa il gelato al gusto di puffo.
Di certo il montaggio è alla bell’e’meglio, oltre all’apparente incompletezza di alcune scene. Oggettivamente, la sottotrama sentimentale ha qualcosa che non va, perché che uno professi “eterno amore e devozione” a una con cui ha scambiato due parole, non mi sembra molto sensato.
E qui, torniamo al buon Roncato.
Il regista romagnolo si è avvalso della collaborazione di vecchi amici e volponi come Alessando Haber (per una scena di due minuti) e Gianni Cavina. Come da previsione, sono solo questi a tenere a galla il livello recitativo, sugli altri c’è da piangere. La peggiore attrice è proprio l’infermiera, amore e devozione del nostro, pure lui mediocre, protagonista; sembra abbia problemi a formulare correttamente le frasi. Il cast è stato evidentemente selezionato con cura per la selezione delle facce giuste, l’unico fattore su cui si nota un certo impegno.
La ricostruzione storica fa acqua da tutte le parti: negli anni 50 in una cittadina veneta i contadini giravano con le laterne a olio eppure avevano tutti un furgone? Gente povera che parla un perfetto italiano, ma guarda caso, è ancora superstiziosa a mò di abitanti di Salem. Stendiamo poi un velo pietoso sulla pletora di accenti romagnoli in una cittadina veneta, tanto sarebbe come chiedere l’elemosina a un cadavere.
Registicamente il film langue su livelli da Fiction Rai bruttina, un televisivo mediocre che non sarebbe accettabile nemmeno su “Cielo”. I due effetti speciali in croce sono pure in CGI perché oh, non ci siamo impegnati in niente, ora ti pare che dobbiamo farlo per quello? Arriviamo dunque alla vicenda in sé. Spiegata male e dai risvolti frastagliati, con un ritmo coinvolgente finché si sta nella mezz’ora di flashback, poi acquoso e vacuo proprio quando c’è bisogno di spinta. Il finale? Ho letto di colpo di scena telefonato, per me non c’è stato nemmeno. Mi sono accorto che è finito perché sono partiti i titoli di coda. La vicenda era talmente inutile e patetica nel tentativo di rendersi intrigante a tutti i costi che è finita con l’essere meno interessante di sapere che fine fa Sally Spectra in Beautiful.
Vorrei concludere almeno con una nota positiva ma non so davvero che cosa potrei mai trovare. Ah sì, almeno dura meno di 90 minuti. Yuppi!

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