BENVENUTO CARO PUBBLICO

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Ho aperto questo blog a fine 2015, con l’intento di riversare quante più recensioni possibili ed educarmi quotidianamente allo scrivere i miei pensieri sulle visioni cinematografiche che, all’epoca, erano davvero fuori controllo, specialmente come quantità. Sono molto altalenante con la quantità dei film che vedo, a volte arrivo anche a vederne quattro al giorno, altre volte faccio pausa per settimane.

L’obiettivo di questo blog è di recensire titoli, vecchie e nuove visioni insieme, più vari approfondimenti con una media di cinque aggiornamenti settimanali, almeno.
Ne vedrete delle belle e anche, perché no, delle brutte.

Seguitemi anche su facebook per avere la vostra dose di meme (memi?!?), immagini cinematografiche che ritengo interessanti più qualche ignobile puttanata da condividere con gli amici.

Il Gerliotti

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LA CASA DI JACK

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housejack.jpgTHE HOUSE THAT JACK BUILT – 2018 – LARS VON TRIER

Nel cinema moderno di veri e propri autori riconosciuti non ne abbiamo moltissimi, ma giuro su una qualsiasi divinità di vostro piacimento, quei pochi che tutti conoscono e venerano mi sono sempre sembrati tremendamente chiusi in loro stessi, quasi insopportabilmente egocentrici. Per carità, è vero che lo stesso potrebbe essere detto anche di un Orson Welles o di un Andrei Tarkovsky, però è altrettanto vero che i loro aspetti più personali erano bilanciati da un rigoroso cinema d’autore. Qui invece Von Trier pare costruirsi attorno una ragnatela da profondo intellettuale e ne fa un discorso di violenza vs arte, di spontaneità vs artificiosità, di onestà intellettuale vs commercio. Tutti argomenti che sarebbero ben interessanti, se solo uscissimo anche solo per un minuto delle due ore e mezza dalla sua testa. Ne restiamo chiusi dentro senza via d’uscita, per quanto Matt Dillon metta giù un’ottima performance come serial killer in divenire e sia a tratti anche divertente da osservare, è chiaro come tutto nella trama sia preordinato a un discorso tra Lars e Lars. Una visione intellettuale che finisce per nuocere gravemente all’intero progetto. Bruno Ganz è abbastanza sprecato, invece, la cosa dispiace perché si tratta di uno degli ultimi film prima della sua dipartita, praticamente se ve lo guardate doppiato vi perderete l’80% della sua performance, visto che comparirà di persona solo alla fine. Naturalmente le ardite metafore tipiche Larsiane non vanno perse nemmeno qui, visto che il personaggio del nostro Ganz si chiama “Verge” e alla fine porterà all’inferno un Dillon vestito con una tunica rossa d’ispirazione Dantiana. Wow che sottigliezze! La discesa finale agli inferi è una chiosa che ho trovato di particolare inutilità, non aggiungendo nulla a quanto già detto in precedenza, se non per la bellezza di alcune scenografie. Insomma, se l’eccessiva violenza aveva l’obiettivo di scioccare o se qualche parte di questa narrativa volesse smuovere qualcosa, ha fallito miseramente, considerando la mia completa neutralità per l’intera durata della cosa. Perlomeno come film non è particolarmente spiacevole o noioso, il ritmo aiuta un minimo a mandar giù la lunga durata.

6

DOVE COMINCIA LA NOTTE

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dove cominc.jpgDOVE COMINCIA LA NOTTE – 1991 – MAURIZIO ZACCARO

Chi conosce un minimo Pupi Avati sa che il suo flirt con il genere thriller non fu interrotto dopo le esperienze con La Casa e con Zeder, bensì rimase sopito in attesa di poterlo esprimere di nuovo. L’occasione arrivò proprio a inizio anni novanta, quando il nostro decide di incaricare un paio di suoi due pupilli per dirigere delle sceneggiature da questo scritte. Così nasce il progetto di Dove Comincia La Notte, girato curiosamente in USA con utilizzo esclusivo di attori americani. L’ambientazione infatti è la cosa che maggiormente stranisce del film, nonostante sia, appunto, in terra americana è evidente che l’andazzo è prettamente italico e di scene girate in esterno c’è poco e niente. In pratica si decise di sfruttare la sfortuna di un film cancellato, utilizzando cast e crew del precedente. La trama si alterna, come spesso è d’uopo fare Pupi, tra il sovrannaturale, la spiritualità e la cattiveria degli esseri umani. Mi ero approcciato con parecchia curiosità al prodotto, chi mi segue sa che ho un occhio benevolo per i suoi thriller, purtroppo a causa di un ritmo blando, una regia modesta e un doppiaggio parecchio dozzinale, oltre a un cast non certo di caratura elevata, è difficile riuscire a mantenere l’attenzione necessaria a decifrare un intreccio narrativo interessante. Difatti chiariamo subito, la sceneggiatura di Avati, pur scritta in fretta e furia, funziona bene e tocca pure alcuni picchi di stranezza che non ci aspetteremmo da un prodotto simile. Sul resto purtroppo non c’è molto di interessante, anche per gli appassionati del genere, la regia, per quanto non a livello televisivo, è molto piatta, il che non aiuta un lento susseguirsi degli eventi. Peccato davvero perché se si fosse aspettato di tornare in Italia, con una scelta del cast attenta e le giuste location sarebbe potuto essere un prodotto da riscoprire.

6

SPEED RACER

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speedrSPEED RACER – 2008 – LANA LILI WACHOWSKi

Si è parlato spesso, negli adattamenti cinematografici di manga/anime/videogiochi, di quanto sia conveniente per gli spettatori e per la valenza del film stesso, il livello di fedeltà al materiale originale. Non è questione che può avere risposta univoca, a volte questa attenzione produce buoni risultati (vedi Yattaman), altre volte produce mostri (vedi la patologia mentale di Street Fighter nel dover infilare tutti i personaggi). E proprio qui si gioca la principale attrattiva di Speed Racer, un anime non certo così famoso da noi, quindi, senza la necessaria conoscenza dell’originale, parecchie cose andranno perse durante la visione. E’ chiaro che qui le sorelline Wachowski erano maggiormente preoccupate di riuscire a rendere con precisione il tono scanzonato dell’anime originale, con qualche minima aggiunta moderna qui e lì nella trama (tipo il dilemma sul fratello scomparso nel nulla). Per il resto si affidano al loro solido rapporto con la CG, qui utilizzata in maniera sicuramente giusta, visto che il look plasticoso e poco realistico delle corse ben si presta alla loro irrealtà e a questa sorta di realtà alternativa in cui si svolgono gli eventi. Di tutta questa aderenza all’anime il cast ne soffre, invece, visto che i personaggi stessi son piuttosto unidimensionali e attrici capaci come la Sarandon e la Ricci avrebbero potuto rendere meglio con materiale di maggior qualità. Ma appunto, capisco la scelta, da una parte l’attirare pubblico con il richiamo dei nomi e dall’altro la necessità di doversi per forza attenersi al livello alquanto stupidello dei dialoghi dell’originale. In ogni caso, preso per quel che è, una versione live action di un cartone giapponese che non era poi sto granché, direi che poteva andare ben peggio, magari sforbiciandolo un po’ qui e lì poteva essere un film solido, così è comunque un buon intrattenimento per chi è cresciuto con lo stesso o, ancora meglio, per chi vuole spegnere il cervello per un po’.

6.5

SPALLE LARGHE

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youngb.jpgYOUNGBLOOD – 1986 – PETER MARKLE

Lo avevo trovato incluso nella lista dei peggiori film degli ultimi anni, mam con tutta la comprensione del mondo, ho davvero visto tante cose ben peggiori, in tutti i sensi possiate interpretare la cosa (so bad it’s good, so bad it’s bad, ecc). Youngblood è la storia del giovane e caruccetto Rob Lowe che vuole sfondare nel mondo dell’hockey e, quindi, passerà per tutti i classici eventi che potete aspettarvi dal 1986 e un film del genere: fare amicizia col bulletto che odiava, montaggi di allenamento con pessime canzoni, lo scontro diretto col proprio padre e fratello, vendetta contro chi lo aveva picchiato, ecc ecc. C’è proprio tutto, è una perfetta checklist di tutto quanto potesse regalarci la “giovane promessa dello sport”, con l’aggiunta pure di una scena di sesso piuttosto dettagliata e una nudità cordialmente donataci da Cynthia Gibb. Naturalmente il grande nemico del nostro è proprio Patrick Swayze, quando ancora faceva sempre il cattivo, che si renderà protagonista pure di alcune curiose scene di bullismo, come quando intrappola il nostro e lo costringe a radersi la zona intima (cosa che oggi sarebbe considerata un favore, più che un atto cattivo…!). Insomma, le sue stranezze sicuramente le ha, specialmente un rapporto col sesso alquanto peculiare, con tanto di donna quarantenne che fa da “nave scuola” per il nostro Rob… Altrettanto naturalmente non mancherà anche l’altrettanto imberbe Keanu Reeves in uno strano ruolo di terzo piano con un accento russo o tedesco, non è ben chiaro, ma state attenti sennò ve lo perdete. Insomma, ora consigliarvelo non mi azzardo perché si tratta davvero di robina da pomeriggio da Italia 1, ma non ha nemmeno senso stare qui a tuonare per qualcosa di particolarmente innocuo e recitato discretamente… Il titolo italiano è praticamente a due passi dall’essere perfetto per un porno gay.

6

DICK TRACY (1945)

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dicktDICK TRACY – 1945 – WILLIAM BERKE

Cosa è lecito aspettarsi da un film su un eroe del fumetto? Immagino che riprenda almeno le basi dello stesso? Immagino di sì e in quello oh, per carità, il film di Berke, pur con tutti gli evidenti limiti di budget e di produzione, riesce: Dick Tracy c’è, così pure Tess e il suo fido collega Pat Patton. Purtroppo non ci spingiamo oltre il trio di protagonisti, non sarà presente nessuno dei cattivi classici del fumetto, il che per una serie che ne ha fatto un’icona (anche quello di Beatty sapeva dove andare a parare!), è un bel problemino. Invece, il caso del nostro detective è incentrato su un serial killer, questa sicuramente un’idea originale per l’epoca, tale Splitface che, armato di coltello, andrà in giro a minacciare i cittadini. Ci si metterà di mezzo uno strano ricatto e il nostro che rischierà la vita di amici e parenti pur di risolvere il caso, risolvendo il caso in poco meno di un’oretta oltretutto. E, per carità, per quello che vale il titolo di Berke è perfettamente servizievole, pur se continuo a ritenere che la valenza dell’intero progetto sarebbe stata la medesima se si fosse chiamato “Dick Spencer” e fosse stato svincolato dal fumetto. D’altronde, lo stesso Dick Tracy non è particolarmente caratterizzato, poi per carità gli diamo il beneficio del dubbio che l’impermeabile fosse effettivamente giallo. Simpatica, invece, la sua controparte Tess che risponde sempre a tono alle varie “fregature” che il solerte investigatore le rifila pur di acchiappare il suo uomo. Insomma, è un prodotto low budget che fa il suo lavoro, difficile aspettarsi molto altro, d’altronde già solo per il coraggio di portare su grande schermo la storia di un serial killer, negli anni quaranta, direi che ha i suoi profili di interesse per una visione veloce.

6.5

TOMMY: THE MOVIE

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tommyTOMMY: THE MOVIE – 1975 – KEN RUSSELL

Chi meglio di Ken Russell per inaugurare l’era dei film deliranti realizzati con la collaborazione di band anni sessanta che, nel decennio successivo, hanno deciso di avvalersi del mezzo cinematografico per sviluppare ulteriormente i loro album “concettuali”? Qui si anticipa parecchio delll’inquietante visione che poi sarà portata pienamente a frutto in The Wall dei Pink Floyd, con la differenza che la band qui partecipa direttamente alle riprese con l’aiuto di altri attori e, soprattutto, cantanti. Diciamo che è una sorta di via di mezzo tra film musicale e musical puro con tutto quel tipico delirio pseudo allucinogeno che all’epoca riusciva proprio naturale. Oltre a una piccola parte di Eric Clapton che sembrava particolarmente annoiato, abbiamo una rabbiosa performance della Tina Turner come “acid queen”, in preparazione della sua carriera di attrice e una bella comparizione di Elton John come pinball wizard, vestito in maniera davvero folle. Mi sfugge perché per Tommy da piccolo sia stato usato un bambino che non somiglia per niente a Roger Daltrey, non c’era un misero bambino americano/inglese che avesse gli occhi chiari o almeno i ricci biondi? Vabbè… La cosa che più mi ha urtato è che tutti i pezzi vengono completamente stravolti rispetto a come siamo abituati a sentirli sull’album, rendendole molte più in stile musical, cosa che ho apprezzato in pochi casi (la conclusiva Listening to You è ottima), meno per altre anche perché non sempre gli interpreti sono all’altezza (Oliver Reed sarà un ottimo attore, ma come cantante…). Insomma, si tratta, come forse era prevedibile, di un progetto che possano davvero apprezzare solo i grandi appassionati della band inglese, per gli altri rimane un film troppo sfilacciato, composti di alcuni episodi divertenti, altri semplicemente deliranti o poco significativi. Non sempre il film riesce ad avvalersi pienamente della qualità dei talenti utilizzati, ma rimane sicuramente una notevole time capsule della musica degli anni 60/70.

6.5

AFTERSCHOOL

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afterAFTERSCHOOL – 2008 – ANTONIO CAMPOS

Prendendo più di una pagina da Elephant e dallo stile compassato e pseudodocumentaristico amateoriale impiegato da Gus Van Sant, Campos non affronta proprio la tematica delle sparatorie di massa nelle scuole americane ma non ci va lontano, regalandoci la solita pagina dei teenager americani che campano di bullismo, droga e sesso da due soldi. Ora, non sono certo uno che adora i ritratti idilliaci e illusori, ma anche questa estremizzazione e concentrazione estrema solo su una determinate parte difettosa dell’adolescenza, mi è sempre sembrata un modo di fare un po’ di shock a buon mercato. Per carità, non è che Afterschool voglia comunque parlare di quello, perché l’argomento centrale è ben affrontato: la morte di due ragazzine per overdose ripresa, per caso, dal nostro protagonista e il compito affidato sempre a lui di realizzare un video ricordo per il funerale. Il prodotto che il nostro farà sarà oltremodo sincero e diretto, con interviste dove tutti dicono che non conoscevano nemmeno le defunte e non gliene frega niente, oltre allo stesso preside della scuola che si preoccupa più di apparire bello in camera, piuttosto che del contenuto delle sue parole. Ovviamente il video non verrà approvato dallo stesso preside e, invece, ne verrà prodotto uno vuoto e inutile con musiche strappalacrime e fasulli ricordi romantici. Su questo il film ci prende, per carità, ma usando questo stile laconico e lento, il messaggio diventa fin troppo acquoso e finisce col perdersi tra le varie scene inutili, tipo appunto i nostri studenti che fanno sesso a caso sulla siepe in un modo talmente scomodo che mi veniva il mal di chiappe solo a vederli. Ezra Miller ha la faccia e l’atteggiamento giusto per il nostro protagonista e il suo distacco un po’ da tutto, nonché per rendere ancora più diretto il twist ending. Sarebbe un film che mi piacerebbe molto consigliare, ma l’ho davvero trovato molto pesante e figlio di un’epoca che, nonostante sia relativamente recente, sembra già piuttosto lontana.

6

SOPRAVIVVERE AL GIOCO

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survivSURVIVING THE GAME – 1994 – ERNEST R. DICKERSON

Cosa otteniamo quando mettiamo insieme Ice-T, Rutger Hauer, Gary Busey e F. Murray Abraham? Un bel delirio di film d’azione orgogliosamente anni novanta! I primi venti minuti iniziali saranno alquanto stranianti per chi si era letto prima la trama, con il nostro caro amico Tè freddo in versione barbone, che perde piano piano tutti i suoi affetti e si trova a volersi suicidare. Verrà salvato da uno che gli propone uno strano lavoro, in pratica finirà per essere utilizzato in una battuta di caccia, a mò di preda, da vari ricconi che vogliono divertirsi. Naturalmente, il nostro non è certo una mammoletta e finirà col vendicarsi di tutti gli altri che hanno fatto una brutta fine e a recuperare il senso della vita (no ok questa è una mia interpretazione, non penso che al film freghi niente). L’idea è discretamente folle, ma Dickerson la prende oltremodo sul serio e così il cast che davvero avrà modo di splendere, gli scambi tra Busey e Hauer sono eccellenti e così pure Abraham avrà i suoi spazi come severo padre di un figlio che non apprezza certi divertimenti così virili. Cioè poi il figlio è interpretato da uno che con Abraham si sarà passato tipo dieci anni, il classico trentenne che interpreta un adolescente, ma vabbè dai, fa parte del divertimento. Sì, perché qui c’è molto da divertirsi, Surviving the Game è un trashone oltremodo serio che vive e muore con la qualità del suo cast, non dimentichiamo che c’è pure John Mc Ginley (ai millennials noto come il doctor Cox di Scrubs) che darà del filo da torcere a Busey in quanto a recitazioni più fuori di testa dell’intero progetto. Insomma, questo è un vero cult movie se apprezzate gli action anni novanta, in realtà l’azione non è così strepitosa, ma quando hai tutti questi nomi insieme ma che te frega??

7

LA FAVORITA

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favTHE FAVOURITE – 2018 – YORGOS LANTHIMOS

In meno di dodici mesi ho praticamente esplorato l’intera filmografia di Lanthimos, notando come il suo stile stesse lentamente cambiando e assumendo connotati meno estremi e rigorosi rispetto agli inizi. Si arriva palesemente al culmine di questo percorso con il suo recente The Favourite, dove già l’ambientazione settecentesca e sfarzosa ci fa piombare in atmosfere totalmente diverse dal solito, nonché una tecnica che nella prima ora sembra godere nel moltiplicare le inquadrature strane e le macchine da presa non convenzionali. Lì francamente mi è un po’ sfuggita la ratio, visto che la storia si regge perfettamente sulle sue zampe e non mi pare che l’affastellarsi di fish-eye o inquadrature storte sia giustificato dal tono emotivo della storia. Questa ricalca un po’ quanto abbiamo visto ne Les Liaisons Dangereux, un trittico amoroso che trova bilanciamenti e sbilanciamenti, finendo con l’implodere lasciando tutti nell’estrema insoddisfazione. Sicuramente la sceneggiatura è la parte maggiormente curata, uno studio dei personaggi perfetto con un casting altrettanto preciso che aiuta moltissimo a inquadrare la storia e il suo andamento lento, ma rigoroso. Pecca, però, su alcuni fronti che, voluti o meno, avrebbero avuto bisogno di maggiore esplorazione, specie il complicato rapporto sentimentale/utilitaristico che lega la regina alla sua amica d’infanzia, che rivela pienamente la sentimentalità solo alla fine, mentre per il resto del tempo sembrava davvero utilizzato solo per smania di potere. La Rachel è perfetta e precisa, si appoggia pienamente nel suo personaggio di “bad motherfucker” con lati sensibili, Emma Stone ci sta benissimo col suo personaggio che cambia radicalmente nel corso dei mesi e, ovviamente, devo spezzare una lancia per Olivia Colman che ho sempre visto in piccoli ruoli (tipo in Hot Fuzz) ma qui ha una parte molto fisica e complicata che gestisce perfettamente. The Favourite è denso e complesso, apparentemente meno criptico e allegorico di come ci ha abituato il regista greco, ma ciò non vuol dire che non abbia diversi strati di significato che vadano approfonditi in successive visioni. E’ una storia solida che poteva funzionare anche distinta dalle regine e guerre settecentesche e senza le citate svisate stilistiche poco giustificate, finiscono quasi più per distrarre lo spettatore dall’ottima storia e recitazioni.

7.5

CLIMAX

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climCLIMAX – 2018 – GASPAR NOE’

Non sono normalmente uno che mette una croce sui registi dopo una singola esperienza, per quanto pessima possa essere, specialmente se gli stessi vengono osannati da critica e pubblico in continuazione. Magari sono io a sbagliarmi nei giudizi, magari cambio idea… Insomma, vabbè, avrete già capito che Gaspar Noé non mi ha convinto proprio neanche stavolta dopo la precedente esperienza con quella palla di Enter The Void. Climax mi è sembrato un mero esercizio di stile condito dalla sua solita voglia di sconvolgere ed estremizzare ogni cosa, nonché far provare netto disagio allo spettatore con pressante colonna sonora e inquadrature sbilenche e ribaltate. La trama, se tale si può definire, si riassume facilmente con: gruppo di ballerini lavorano su una coreografia in una scuola (che a quanto pare è al circolo polare) e finiscono con assumere tutti acido senza volerlo, andando fuori di testa. Nella prima ora conosciamo i nostri personaggi, tutti discretamente stereotipati e scritti in maniera tale da risultare simpaticamente detestabili, e negli ultimi trenta minuti, finiamo direttamente in territorio da Zulawski in Possession con urla, strilli, luci rosse e verdi e quant’altro. E qui mi lambicco il cervello per trovare qualche lato del progetto che mi sia particolarmente piaciuto, ma non mi viene in mente granché. Ok, stilisticamente ci sono dei lunghissimi piano sequenza dove i nostri ballano e scambiano battute sicuramente impressionanti, ma non è la lunghezza del pene che mi resta in mente, di solito. La colonna sonora sarebbe anche notevole (Aphex TwinGary Numan) ma è usata per far irritare lo spettatore, quindi niente, la sensazione di malessere c’è, per carità, ma l’intero progetto non sconvolge particolarmente, specie per chi ha già visto cose ben più estreme. Speravo che Noè avesse qualcosa in più da offrire, ma niente; a dirla tutta, speravo che la vicenda fosse una sorta di delirio di massa e che in realtà non avessero mai assunto sostanze psicotrope. Invece, sul finale arriva anche la polizia, lì davvero mi sono irritato oltre ogni dire. Consigliato a chi? Boh, a chi ha voglia di masturbarsi sui piano sequenza, gli altri possono anche evitare, direi.

5.5